Basato sul romanzo di Kôtarô Isaka, Bullet Train (treno pallottola) di David Leitch (John Wick – Capitolo 2) prende il nome dalla rete ferroviaria ad alta velocità che collega la capitale giapponese Tokyo all’antica città di Kyoto; ma il titolo suggerisce anche il violento caos che si genera a bordo di un convoglio che trasporta numerosi assassini, dai programmi e obiettivi assai contrastanti. Piena di flashback nelle storie dei personaggi e di umorismo digressivo, la narrazione è costruita con lo stesso livello di verve e abilità che il regista porta nelle sue sequenze d’azione, ricche nell’accumulo e originali nella scelta della tavolozza di colori che richiamano tutte le tonalità fredde dei neon.

Uno degli assassini a bordo del treno è lo stagionato Ladybug (Brad Pitt), la cui vita criminale è da lui percepita come una serie di sfortune che lo hanno portato a ricorrere alla terapia psicologica. Mentre viene telefonicamente assunto per recuperare una misteriosa valigetta, Ladybug rimane invischiato con altri criminali in lavori che potrebbero essere collegati al suo, come lo scherzoso duo britannico di Tangerine (Aaron Taylor-Johnson) e Lemon (Brian Tyree Henry), o la “principessa” (Joey King), il cui aspetto da scolaretta innocente maschera una depravata mente machiavellica. Ma dire che i vari personaggi semplicemente convergono sarebbe un eufemismo, date le lunghezze a cui Leitch e lo sceneggiatore Zak Olkewicz fanno girare elaborate situazioni ad incastro.

In linea con le preoccupazioni degli assassini su ciò che il destino ha in serbo per loro, Bullet Train abbonda di indicazioni sbagliate, con un “MacGuffin” violentemente inserito nella trama dopo essere stato sottilmente introdotto in una precedente situazione. Da una fiala di sonnifero la cui potenza fa sì che Ladybug non sia sicuro di quanto ne vada somministrato, a un serpente velenoso scomparso a cui si fa riferimento in un servizio televisivo, le conclusioni di queste sottotrame creano una serie prolungata di colpi di scena narrativi che sostengono il film con uno slancio che potremmo definire addirittura selvaggio.

Altrove, Leitch mostra un’abile mano tecnica nelle scene d’azione del film (che non per niente è prodotto da una vecchia volpe del genere come Antoine Fuqua), molte delle quali, attraverso un montaggio nitido e movimenti sinuosi della telecamera, ricordano le comiche vecchio stile: uno dei momenti più divertenti in Bullet Train è una lotta tra Ladybug e Lemon nella “carrozza silenziosa” del treno, dove ciascuno dei due cerca di avere il sopravvento sull’altro, mentre cerca anche di rimanere il più calmo possibile per non irritare gli altri passeggeri.

Si potrebbe anche ironicamente osservare che Bullet Train alla fine tende a deragliare, ma la grandiosità dell’epilogo è anche perfettamente razionalizzata in un momento significativo in cui Ladybug, offrendo agli spettatori i suoi pensieri sulle sue esperienze a bordo del treno proiettile, dice: «Le persone ferite fanno male alle persone». Un momento di leggerezza in una situazione particolarmente precaria, che serve anche come una chiara classificazione dei personaggi nel loro insieme.

Così Bullet Train dimostra, dietro tutto il sangue e la carneficina, di avere anche un cuore ogni volta che sposta lo sguardo per esplorare le vite complicate dei suoi personaggi. Il filo conduttore che unisce questi spietati assassini è che o la violenza ha avuto un impatto emotivo su di loro o le loro azioni derivano da traumi che non sono in grado di conciliare o di affrontare razionalmente; ed è attraverso queste caratterizzazioni empatiche che Bullet Train realizza la sua impresa più notevole: trasformare psicopatici violenti da cartone animato in esseri umani.

Beppe Musicco

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