Film difficile, non per tutti. Distribuito con grave ritardo in Italia e probabilmente solo per il successo del regista, il danese Nicholas Winding Refn a Cannes 2011, vincitore con Drive del premio per la miglior regia, Bronson è in realtà un film del 2008, sesto film di un regista giovane, talentuoso, finora oggetto di culto per i cinefili più accaniti. Formalmente si tratta di un biopic ma dagli aspetti decisamente particolari. La narrazione non è lineare ma si sovrappone al racconto dello stesso Petersen/Bronson, interpretato da un irriconoscibile e bravissimo Tom Hardy. È lui il vero attore, mattatore, un autentico uomo di spettacolo, a partire proprio dal nome, Bronson, ci dice il regista, che presenta il suo personaggio vestito e truccato da mimo per poi raccontarne le “imprese” famigerate – violenze, massacri, esplosioni d'ira improvvise – apparentemente senza il filtro del giudizio morale. Anzi, in più di un momento, la vicenda di quest'uomo vittima e carnefice di se stesso, costretto all'isolamento per tre decenni da parte di una società che non ha saputo trovare di meglio che rinchiudere il mostro in una cella e buttare via la chiave, diventa esemplare e si configura più che una cronaca scarna di violenza, come il conflitto all'ultimo sangue tra l'Io e il Potere. Con un particolare importante da aggiungere: che i mostri giocano su entrambi i campi e annichiliscono qualsiasi tentativo di Bene. Refn, con uno stile visionario e surreale (da molti accostato a quello di David Lynch) e grazie all'ausilio di una colonna sonora ipnotica, dirige la sua personale Arancia meccanica e fa proprio l'assunto del film di Kubrick: la violenza dell'uomo è una pulsione irriducibile che sfugge completamente al controllo della ragione (e del “sistema”). Da Arancia meccanica, Refn riprende –aggiornandolo– lo stesso taglio sociologico in cui è la famiglia borghese ad essere clamorosamente venuta meno al proprio compito educativo. Cupo, senza speranza come altri film di questo regista dallo stile unico e che non teme di confrontarsi con i più grandi del cinema, spiazzante per l'uso della colonna sonora, per l'impostazione narrativa e anche per la recitazione di Hardy (a volte sopra le righe, altre sotto tono, pienamente in sintonia con un personaggio inafferrabile), Bronson ha almeno tre sequenze da imparare quasi a memoria: la parte claustrofobica nel manicomio, i combattimenti di strada e il cartoon psichedelico. Difficile da vedere senza essere percorsi da una vena d'inquietudine, e ancora più difficile da digerire, questo strano bopic ha una forza dirompente ma anche aspetti controversi. La violenza che domina incontrastata è a tratto insopportabile e alcune sequenze possono letteralmente far male allo spettatore. Non tanto per un compiacimento che riscontriamo in misura ridotta rispetto a film del genere, ma per il modo con cui la violenza viene mostrata e per un pessimismo radicale sulla natura umana e sulla convivenza sociale che non ci può trovare d'accordo.,Simone Fortunato