Fenomeno dell’anno è certamente Borat: tutti ne parlano, tutti ne scrivono, tutti sono contaminati dalla Borat-mania. Come resistere alle gag sgangherate di questo kazako venuto negli Stati Uniti con l’illusione di raccogliere “la buona novella” da diffondere nel suo arretrato paese? Che si presenti con il suo abito grigio a buon mercato, con un imbarazzate costume fosforescente o con un completo intimo retinato, Borat porta con sé il marchio dell’altro, del diverso, dello straniero in una società ormai pericolosamente divisa in “minoranze”. Così degli Stati Uniti Borat può incontrare soltanto gruppi (gli ebrei, le femministe, gli evangelici, gli omosessuali) con cui confrontare le sue idee becere accolte senza indugio da chi non fa parte di quella minoranza: sta qui la forza corrosiva dell’umorismo di Sacha Baron Cohen, capace – in tv come sul grandeschermo, purtroppo senza alterare neppure i suoi mezzi – di far riaffiorare quel razzismo latente nella libertaria società statunitense. Accade quando chiede all’ignara vittima un’auto capace di uccidere gli zingari o un fucile per uccidere gli ebrei e il malcapitato gli risponde, senza scomporsi, offrendogli l’arma adeguata. Certo si ride ma la risata è amara, in questi momenti rubati ad una realtà a cui non vorremmo credere. Le candide-camera migliori restano quelle preparate: su tutte l’incontro con i due anziani ebrei che l’antisemita Borat (o l’ebreo Sacha Baron Cohen) ritiene capaci di cambiare forma, di diventare due scarafaggi trasformando per un attimo l’umorismo spesso triviale del film in un momento d’ilarità alta, sospesa tra surrealismo e cinismo alla Monty Python. Resta il dubbio che non si sa fatto troppo baccano per un film globalmente “scorretto” (in fondo tutti si sentono messi in ridicolo allo stesso modo, evitando di ledere al “politically correct”) e talmente greve da non essere indicato al pubblico più sensibile.

Daniela Persico