L’omicidio di Bob Keneddy è al centro di questo film corale di Emilio Estevez. L’attore-regista figlio di Martin Sheen (e fratello di Charlie Sheen, un talento buttato via dopo Wall Street e Platoon) racconta con partecipazione l’ultima giornata di quello che tutti chiamavano semplicemente Bobby o anche RFK (da Robert Francis Kennedy, come il fratello John Fitzgerald era per tutti JFK). O meglio, ricostruisce quell’ultima giornata di vita non facendolo vedere direttamente, ma nel rappresentare una serie di persone che attendono di ascoltarlo in quel maledetto Hotel Ambassador di Los Angeles dove uno studente siriano lo uccise nelle cucine, mentre salutava persone importanti e umili lavoratori. Non tutti i personaggi sono forse delineati con la stessa abilità, ma – secondo un modello antico, del film in cui si incrociano le vite “di passaggio” di tante persone, e spesso proprio in luoghi come un albergo – Estevez riesce a restituire l’aria di attesa, la fiducia nel cambiamento, la speranza miracolosamente ancora viva dopo gli assassini del fratello John (coperto dal mistero: fu davvero Lee Harvey Oswald a sparare? E agì da solo o in combutta con potenti organizzazioni?) e del reverendo Martin Luther King. Dopo l’omicidio di Bobby – giovanissimo candidato alla presidenza Usa: non aveva ancora 43 anni – quella speranza si spezzò e si incrudelì la crisi del Vietnam, fu eletto Richard Nixon che portò il Paese alla vergogna del Watergate. Soprattutto, si spense l’idea di una nuova classe politica – che coincideva proprio con la famiglia Kennedy, cattolici irlandesi – portatrice di una “nuova frontiera”.,“Bobby”, che pareva un film perfetto per il pubblico statunitense e per gli addetti ai lavori degli Oscar ma è stato sorprendentemente snobbato dagli spettatori americani, ha uno stile che alterna leggerezza e enfasi drammatica, un pizzico di sana retorica e documenti di repertorio (l’ultimo discorso di Bob, vero testamento politico, è passato alla storia soprattutto per la sua promessa di ridurre gli armamenti e di combattere la segregazione razziale). La regia è sobria e discreta, gli attori sono uno più bravo dell’altro: da citare almeno Anthony Hopkins nei panni di un portiere in pensione, la sorprendente Demi Moore cantante alcolizzata che schiavizza il marito agente (lo stesso Estevez), William Macy direttore dell’albergo umano con i dipendenti e traditore della moglie e la sua consorte Sharon Stone, parrucchiera tradita e dolente, ma anche Lawrence Fishburne che incarna uno dei personaggi meglio descritti. Ma anche Christian Slater, Elijah Wood, Martin Sheen, Helen Hunt, Harry Belafonte, Lindsay Lohan, Ashton Kutcher, Heather Graham…,La cosa curiosa è che il film, a Hollywood e in Europa (dove debuttò alla Mostra di Venezia), è stato interpretato come un film progressista, di sinistra, ovviamente anti-Bush (e fin qui ci può stare senz'altro). Sicuramente, dal ounto di vista politico Estevez e tutta la famiglia Sheen sono sinceri democratici (nel senso del partito dei Kennedy: e il vecchio Martin fu JFK in un famoso sceneggiato tv). Ma, come il film ricorda molto bene, Bobby era anche un fervido anticomunista (anche da ministro della Giustizia nel governo del fratello), tanto da rifiutare sulle prime anche solo un’intervista con un giornale cecoloslovacco e da convincersi – tramite il suo ufficio stampa – solo per via dell’incipiente “primavera di Praga” dove un utopico socialismo dal volto umano sarebbe stato schiacciato dai carri armati sovietici. Divertente vederlo esaltato adesso da chi all'epoca militava da quella parte… Certi critici di lungo corso, oltre tutto da sempre antiamericani, non dovrebbero quanto meno arrossire?,Quel che non ricorda il film, ma sarebbe stato troppo, è che i Kennedy – nonostante la loro fama di noti peccatori e impenitenti dongiovanni – furono gli unici politici di primo piano cattolici (e comunque, sinceramente credenti) che l’America abbia mai avuto. Solo un caso che Walter Veltroni e tutti quelli che oggi si definiscono “kennedyani” non se lo ricordino mai?,Antonio Autieri