Woody Allen racconta nel suo stile semplice ma elegante, già dai titoli di testa bianchi su fondo nero e con l’immancabile musica jazz di sottofondo, la storia di un fallimento. E non di un “semplice” fallimento finanziario, come se ne sentono tanti di questi tempi, ma di un fallimento totale: economico, sociale, affettivo, umano. Un fallimento tragico e carico di angoscia, che si dipana per tutta la durata del film, e che a ogni minuto si riconferma e cresce a dismisura. Cate Blanchett (una delle attrici più ricche di talento del cinema contemporaneo) è Jasmine, ex star del jet set newyorchese. Vedova di Hal (Alec Baldwin), ricchissimo imprenditore poi incarcerato per frode, si ritrova coi suoi vestiti firmati ma senza un soldo a chiedere ospitalità a Ginger (Sally Hawkins), sorellastra (entrambe sono adottate) che vive a San Francisco e fa la cassiera. Abituata al gran mondo di New York (di cui le rimangono solo alcuni vestiti e paia di scarpe), Jasmine deve fare i conti con la sorella divorziata che vive in una casa tutt’altro che elegante coi due figli e un fidanzato operaio (un favoloso Bobby Cannavale, già in una piccola parte in Mosse vincenti). Le due sorelle non potrebbero essere una più diversa dell’altra (onore anche al casting: la Hawkins è inglese e la Blanchett australiana, peccato che il doppiaggio annulli tutte le sfumature di linguaggio) e Ginger è una ragazza semplice e realista, ben lontana dall’immagine sofisticata di Jasmine, la cui unica preoccupazione è recuperare il suo status sociale, ma che al tempo stesso si sente in dovere di dare consigli alla sorella, criticando il suo stile di vita e i suoi amici, per spingerla verso un mondo a lei estraneo.

La prima cosa che si nota in Blue Jasmine è che differenza dei suoi ultimi lavori, Woody Allen dismette quell’aura di cinismo che a ogni piè sospinto rimarcava nei suoi ultimi film il non senso di ogni azione umana, vedendo nella vita solo un cumulo di avvenimenti casuali, da cui cercare di trarre momentaneo sollievo. Qui volutamente affonda l’obbiettivo nel dramma; ma lo fa con uno sguardo partecipato e non esente da vera compassione, capace anche di quell’ironia nei confronti dei suoi personaggi che tutti ammirano. Jasmine non è certo quello che si dice “una bella persona”, e averla come sorella è un peso che nessuno si meriterebbe. Tuttavia Allen riesce a presentarla allo spettatore per quella che è: non una persona cattiva, ma una persona malata e che ancora non ha realizzato di esserlo. Un film molto interessante, e che il cast rende ancora più efficace.

Beppe Musicco