Remake solo parzialmente riuscito dell'horror svedese Lasciami entrare, questa pellicola si distanza in modo netto dal trend dei vampiri glamour che ha conquistato gli adolescenti (e non solo loro) negli ultimi anni. Non solo perché qui c'è davvero da aver paura (per la tensione e anche per le immagini crude della “creatura” che Ally si rivela essere di fronte al sangue), ma anche perché si perde un po' di quell'atmosfera sospesa e di quella ambientazione paradossalmente realistica che hanno reso memorabile l'originale. ,Gli snodi fondamentali restano gli stessi: la scelta antiromantica di mostrare il vampirismo come una sorta di maledizione tragica che investe chi la incarna (Ally, che non è più né maschio né femmina e ha 12 anni “da tantissimo tempo”), ma anche chi si lega al vampiro (il “padre” custode che, intuiamo, un tempo è stato nella stessa posizione di Owen, ennesimo di una serie di protettori che si perde in un passato remoto). ,Una maledizione orrenda e priva di poesia che cala su un mondo già di suo percorso dalla violenza e dalla solitudine (qui come nel film svedese è evidente lo squallore di un luogo dove nessuno si conosce e al massimo si spia dalle finestre).,Ma laddove il film svedese, pur di fatto sancendo una sorta di giustificazione dell'omicidio commesso dal vampiro per sopravvivere, lavorava e faceva vivere questo “paesaggio umano” insinuando il dubbio sull'ineluttabilità delle scelte di Ally (là il più ambiguo Eli), qui in scena ci sono quasi solo i due ragazzini e il movimento della storia sembra seguire più spesso i binari del semplice genere, perdendoci in profondità.,Rimane egualmente inquietante il meccanismo per cui la rivalsa del vessato Oscar può passare solo per una scelta di violenza destinata ad amplificarsi nel sanguinoso finale.,Lo sceneggiatore-regista Matt Reeves (Cloverfield) lavora su situazioni, colori e luci per sottolineare la centralità dei due protagonisti, e per certi versi insiste sul disagio del contatto fisico costruendo tra i due ragazzini un'intimità fatta di segreti e abbracci insanguinati che non possono che lasciare un certo disagio nello spettatore. Il vampiro di Blood Story, se anche evita la trappola del fascino romantico, rischia di cadere in quella di un esistenzialismo esasperato, che condanna e nello stesso tempo giustifica la violenza come una sorta di fatale necessità. ,Luisa Cotta Ramosino,