La sfida che affrontano i personaggi del secondo capitolo della saga di Black Panther è la stessa affrontata dalla Marvel e dal regista Ryan Coogler dopo la morte prematura di Chadwick Boseman, il carismatico protagonista del primo film: elaborare il lutto di una perdita incolmabile provando a costruire qualcosa di nuovo che ne celebri l’eredità ma guardi anche al futuro.
A conti fatti, al netto dell’inevitabile emozione che il cortocircuito tra fiction e realtà produce, l’operazione appare riuscita solo a metà e il plot a tratti non del tutto convincente a dispetto dei molti temi interessanti che mette in campo.

Al centro della storia c’è Shuri (Letitia Wright), la sorella scienziata di T’Challa, finora ottima e vivace coprotagonista, che si ritrova al centro della scena per aiutare la madre a tenere insieme un regno contro cui troppi avanzano pretese, ma anche e soprattutto a processare una morte che si rimprovera di non aver saputo impedire. La morte del fratello segna una crisi di fede per Shuri, sia nella dimensione trascendente che segna la tradizione della sua famiglia e della Pantera nera, ma anche nella scienza, che si è dimostrata impotente di fronte alla morte.
Senza questi due sostegni la principessa finisce presto per perdere la sua fiducia nell’umanità e incamminarsi in un percorso di guerra e di vendetta.

Se inizialmente il pericolo per Wakanda sembra venire dalle altre nazioni, ansiose di mettere le mani sul vibranio, il metallo indistruttibile di cui è fatto anche lo scudo di Captain America e che si trova solo nel tecnologizzatissimo paese africano, ben presto dagli abissi del mare emerge un altro avversario, temibile e determinato.

Namor (che ha un bel po’ di altri nomi legati alla sua storia tragica) è l’imperatore assoluto di un popolo sottomarino discendente dai Maya perseguitati e scacciati dalle loro terre con la colonizzazione europea, che nei secoli ha maturato un odio profondo per il mondo della superficie, un odio pronto a scatenarsi quando le mire umane si espandono agli oceani.
Anche il tema di Namor, dunque, è legato al superamento di un passato doloroso, ma questo non impedisce a lui e Shuri, dopo un’iniziale avvicinamento, di trovarsi su due fronti contrapposti e decisi a distruggersi a vicenda.

Rispetto alla linearità epica e favolistica del primo Black Panther (quasi una riedizione umana della parabola del Re Leone, ma con la capacità di parlare senza sforzo ideologico di tematiche contemporanee e di trasmettere un esaltante senso di black pride), Wakanda forever si perde in troppe digressioni e sottotrame e non sempre usa i suoi numerosi personaggi al meglio, a discapito del percorso della sua protagonista, che dopo aver perso di vista il suo scopo diventa sì capace di unire un popolo ma solo per condurlo alla distruzione, per poi ritrovare la bussola fin troppo velocemente…

Solo per fare due esempi, la giovane scienziata americana che è la causa indiretta della guerra è una specie di McGuffin viaggiante più che un vero personaggio, e l’impressione è che serva più a lanciare una nuova serie di Disney + che come elemento organico di questa storia, mentre il ritorno in scena di Michael B. Jordan nei panni di Killmonger avrebbe potuto dare molto di più.

La parabola degli oppressi che si trasformano velocemente in aggressori non riesce alla fine molto coinvolgente in parte per lo scarso carisma di Tenoch Huerta nei panni di Namor, mentre l’intrigo di superficie accennato in partenza (con i malriusciti tentativi di Francia e Usa di sfruttare le debolezze del Wakanda) si perde poi un po’ per strada di fronte alla molto più concreta minaccia del mondo sottomarino.
Scene d’azione sopra e sotto la superficie del mare e affetti speciali di livello riescono solo in parte a rimettere in carreggiata questo sontuoso biglietto d’addio al Black Panther che fu, senza riuscire fino in fondo a sperare in un nuovo capitolo della saga del Wakanda.

Laura Cotta Ramosino

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