Qualcuno può averlo dimenticato, e questo film ce lo ricorda: Kevin Costner, ad onta di film sbagliati e insuccessi al botteghino, resta un attore di tutto rispetto (andate a rivedervi The Company Men del 2010 per accorgervene). E in Black or White, in cui deve impersonare un nonno che ha seri problemi col whisky, risulta assai credibile. Dismesso ormai il fisico aitante (capelli tinti e doppio mento non si nascondono facilmente), Costner impersona un uomo provato dalla vita: Elliot Anderson è un avvocato che per un incidente stradale ha perso la moglie, dopo che la figlia era già morta di parto a causa di un compagno, di colore, drogato e irresponsabile. Se non si abbandona totalmente a una disperazione alcolica è solo per la presenza della piccola Eloise, la nipote scura di pelle che con la moglie ha cresciuto fin dalla nascita. Ma alla morte di lei si fanno avanti Rowena, la nonna afroamericana paterna e il figlio Reggie, per reclamare la custodia della bambina. Se il padre è ancora un poco di buono che dice di essere ormai disintossicato, Rowena ha dalla sua una forte famiglia dai solidi legami che in tribunale contrappone alla solitudine e all’alcolismo di Elliot.

Il regista Mike Binder (già autore del piccolo e a tratti struggente Reign Over Me sulle conseguenze del dramma dell’11 settembre) affronta il tema della coabitazione non sempre facile tra afroamericani e bianchi nella società americana, un tema che ultimamente è andato esasperandosi nella violenza e nelle discutibili brutalità della polizia. Senza paura di dimostrare pregi e difetti degli uni e degli altri, Binder usa sapientemente delle doti di Costner e di Octavia Spencer (già ottima in The Help, film per cui vinse l’Oscar) per mostrare una contrapposizione che interessa molti fattori: la ricchezza dell’uno contro la battaglia quotidiana della middle class; l’isolamento protetto della bambina con governante, istitutore e scuola privata contro una famiglia allargata e numerosa, dove tutti si sentono legati e suonano insieme il jazz; non ultimi i problemi di dipendenza degli uni e degli altri. Attento a muoversi su un sentiero particolarmente sdrucciolevole (ma Binder è egli stesso figlio di una coppia mista), il regista riesce a confezionare una storia credibile e appassionante, che nelle scene girate nell’aula di tribunale ha i suoi momenti più alti, e che cerca di evitare la violenza che spesso ha caratterizzato la cronaca recente. Una cautela che forse risulta fin troppo evidente, specie nel finale, ma che ha il merito di mostrare come l’affetto e le sincere preoccupazioni per la crescita di una bambina possano essere la base per unire e non per dividere.

Beppe Musicco