Raramente sono casuali gli accostamenti interni alle giornate del Festival di Berlino che oggi ha iniziato la sua seconda settimana con Utøya 22.Juli, che ripercorre i momenti convulsi vissuti dai ragazzi che partecipavano al campo estivo del partito laburista norvegese in una minuscola isola a poca distanza da Oslo. Qui, a poche ore dall’esplosione all’interno di alcuni palazzi governativi (che avrebbe provocato 8 morti), l’estremista di destra Breivik aprì il fuoco sui ragazzi che furono alla sua mercé per 72 lunghissimi minuti prima che le forze dell’ordine arrivassero a soccorrerli. Ne morirono 69. Il punto di vista è quello della giovane Kaja, convinta attivista che sogna di diventare Primo Ministro, ma che come tutti vive lo smarrimento e il terrore di fronte a un pericolo senza volto. Il regista Erik Poppe, infatti, sceglie di non mostrare mai l’attentatore, se non come un’ombra che Kaja avvista da lontano verso la fine del film. Per il resto è l’angoscia del suono dei colpi, le urla, la gente che fugge e verso la fine l’orrore della morte toccata per la prima volta da vicino. Un cinema quasi documentaristico che vuole colpire più che spiegare gli eventi, ma resta così forse un poco in superficie, un resoconto angosciante, ma che non riesce che in pochi momenti (come la morte di una ragazza tra le braccia di Kaja) ad andare oltre la descrizione immediata degli eventi e delle emozioni confuse dei protagonisti.

All’altro estremo il nuovo film di José Padilha, 7 Days in Entebbe, con Daniel Brühl e Rosamund Pike, che ricostruisce i giorni convulsi – negli anni 70 –  del dirottamento di un volo Air France verso un aeroporto ugandese ad opera di un commando misto di terroristi palestinesi e membri della ormai moribonda banda Baader Meinhof. Con l’appoggio del dittatore Amin (che aveva abbandonato l’alleanza con Israele per quella con gli Arabi dopo essersi visto negare l’acquisto di aerei militari), i terroristi mettono alle strette il governo israeliano, all’epoca guidato da Yzak Rabin, chiedendo la liberazione dei loro prigionieri… Una richiesta impossibile per un governo sotto la pressione dei falchi, di cui all’epoca faceva parte anche il futuro premio Nobel per la pace Shimon Peres (qui interpretato da Eddie Marsan). È così che parte una tra le più ambizione operazioni di salvataggio mai portate a termine dall’esercito israeliano. La parte “militare” del racconto, tuttavia, è solo una delle storie che Padilla vuole raccontare. Altrettanto importante il versante dei terroristi, di cui si indagano le posizioni (dai tedeschi che combattono per la rivoluzione marxista ai palestinesi in guerra per la loro terra), senza dare giustificazioni ma con l’intento molto dichiarato di condannare chi sceglie lo scontro mettendo all’angolo chi cerca il dialogo e la trattativa. Lo stile di regia è come sempre efficace, il cast molto ben gestito (anche se nella versione in lingua originale suona strano sentire gli israeliani parlare in inglese accentato: ma, ha spiegato Padilla, c’è un limite alla libertà concessa dallo studio system). Contrariamente agli altri lavori del regista (come Tropa de Elite, che vinse proprio a Berlino), si sente però il peso di un messaggio da comunicare che rischia di risultare didascalico, soprattutto nella scelta di alternare la cronaca dei giorni dell’attentato a un balletto di danza contemporanea che dovrebbe incarnare il desiderio di liberasi della paura per lasciar spazio al dialogo. Una metafora che risulta fin troppo artificiosa, a danno di un racconto per altri versi molto efficace.

Prende spunto sempre dalla realtà, ma in questo caso da una realtà intima e con un orizzonte volutamente limitato, l’altro film del concorso, 3 Tage in Quiberon, cronaca minuta (e a tratti un po’ estenuata) dell’intervista concessa da Romy Schneider (all’epoca quarantaduenne con gravi problemi di alcolismo e depressione) a un giornalista tedesco accompagnato da un fotografo amico della Schneider. Fragile e angosciata (per il prossimo film, per il tempo che passa e quello che non trascorre con i figli…), nonostante l’appoggio dell’amica Hilde, Romy diventa “vittima” della manipolazione del giornalista finendo per svelare segreti e paure che potrebbero rovinarla. La fotografia in bianco e nero, la macchina che segue il corpo e lo sguardo dell’attrice, i momenti di esaltazione alcolica e quelli di disperazione, sono questi i punti fermi del film della regista Emily Atef, raffinato e intelligente, ma forse incapace di andare veramente a fondo nell’anima della protagonista, di cui si intuisce ma non si penetra fino in fondo la vulnerabilità e la disperazione.

La giornata si chiude con una pellicola che ha ambizioni di epica, ma si risolve in un faticosissimo tour de force. Parliamo del filippino Season of the Devil di Lav Diaz (di cui si ricorda la vittoria a sorpresa al Festival di Venezia 2016), omaggio alle vittime dei massacri delle forze paramilitari legittimate nel 1977 da Marcos per combattere i comunisti. Di nuovo il bianco e nero come scelta estetica ed estetizzante, e poi i dialoghi trasformati in canto/litania, le inquadrature lunghissime e spesso immobili che provano la pazienza e la dedizione dello spettatore, in quattro ore di pellicola in cui si apprezzano più le buone intenzioni che il risultato.

Luisa Cotta Ramosino