È stata una Berlinale più italiana del solito questa settantesima edizione appena conclusa e non solo per il suo nuovo direttore, Carlo Chatrian, che, giunto a Berlino dopo alcuni anni presso il festival di Locarno, ha subito voluto dare la sua impronta alla manifestazione creando nuove sezioni in cui distribuire gli oltre 340 film presenti.

Dopo l’Orso d’Oro ricevuto nel 2012 da Cesare deve morire dei fratelli Taviani e nel 2016 da Fuocoammare di Gianfranco Rosi, cui si aggiunge un anno fa il premio per la sceneggiatura a La paranza dei bambini di Claudio Giovannesi, due film italiani sono tornati a vincere a Berlino. Si tratta di Volevo nascondermi di Giorgio Diritti, per cui ha ricevuto il premio per la migliore interpretazione Elio Germano, e Favolacce dei fratelli D’Innocenzo, Orso d’argento per la miglior sceneggiatura.

Diritti, con il suo stile inconfondibile che si prende tutto il tempo necessario per entrare in profondità nel cuore dei suoi personaggi, regala a Germano una parte impegnativa e intensa. Aiutato da un grande lavoro di prostetico per entrare nella fisicità del pittore Antonio Ligabue, Germano si concentra nel ricreare sullo schermo i meandri più profondi di un’anima tormentata che solo con l’arte riesce finalmente a trovare un’espressione. Naturalmente il film di Diritti non vive solo della grande interpretazione del suo protagonista, ma riesce, con la consueta capacità di osservazione, a penetrare nel suo mondo, sia questo quello reale o quello immaginario, per restituire la vita di un’epoca come già aveva fatto con il bellissimo L’uomo che verrà.

Elio Germano è anche il filo che lega la pellicola di Diritti con gli altri vincitori italiani della Berlinale. Non era la prima a volta a Berlino per i fratelli D’Innocenzo; due anni fa proprio qui, nella sezione Panorama, aveva debuttato La terra dell’abbastanza, la loro opera di esordio, sulla vicenda di due ragazzi della periferia romana che, quasi per caso e senza rendersene veramente conto, si ritrovano a fare i killer per un malavitoso locale, fino ad una dolorosa e tragica presa di coscienza. Anche la loro nuova pellicola Favolacce una favola nera che ha come sfondo la periferia romana; questa volta raccontano una piccolissima borghesia insoddisfatta di tutto, del proprio stile di vita, del proprio lavoro, del luogo in cui vive. Uomini e donne che vivono di istinti, genitori ciechi di fronte ai bisogni, alle esigenze e alle sofferenze dei loro figli, che subiscono e osservano con sensibilità esasperata il loro mondo, fino a giungere ad una decisione estrema e dolorosa.
Una parabola dolorosa (ma che forse proprio nel dolore offre una possibilità di vera umanità) e temi che stanno evidentemente molto a cuore ai due registi e sceneggiatori, che si sono richiamati, come riferimenti, a Calvino e Rodari, anche se le influenze del film, sia visive che narrative, sono molteplici.

Al di là del meritato premio, c’è da dire che le reazioni al film a Berlino sono state molto positive e chissà che questo farà conoscere i fratelli D’Innocenzo (che, vale la pena ricordare, sono anche tra gli sceneggiatori di Dogman di Matteo Garrone) anche ad un pubblico più ampio di quello dei festival.
In ogni modo, entrambi i premi sono un bel segnale in un momento in cui, con la chiusura di moltissime sale in Italia a causa dell’emergenza coronavirus, il bell’abbrivio che il nostro cinema aveva preso sul finire dello scorso anno e all’inizio di questo, rischia di perdersi per circostanze decisamente non legate all’offerta.

Oltre ai premi ai nostri connazionali, la giuria guidata da Jeremy Irons ha distribuito i vari riconoscimenti su un numero ampio di film. L’Orso d’Oro dato a There is no evil dell’iraniano Mohammad Rasoulof ha il sapore di una sfida, visto che il regista iraniano sta affrontando un anno di carcere con l’accusa di aver diffuso propaganda anti regime e ha la proibizione da parte del regime di muoversi dal suo paese tanto che non ha potuto venire a ritirare di persona il premio (era capitato già alcuni anni fa con Taxi Teheran di Jafar Panahi). Il film di Rasoulof, che esplora, attraverso le vicende di vari personaggi, il tema della pena di morte come anche quello della libertà in un regime di oppressione, ha vinto anche il premio della giuria ecumenica.
A vincere il gran premio della Giuria è stato Never, Rarely, Sometimes, Always dell’americana Eliza Hittman, già vincitore del premio della giuria al Sundance, mentre il premio per la regia è andato al sud coreano Hong Sang Soo per The woman who Ran.

A vincere l’Orso d’Argento 70 Berlinale (questo il nuovo nome del premio fino all’anno scorso dedicato ad Alfred Bauer, il primo direttore della Berlinale di cui è di recente riemerso il passato all’interno della nomenclatura cinematografica nazista) il francese Effacer l’Historique, poco amato da chi scrive, su un terzetto di vittime di Internet e dei social che si impegna in una tragicomica crociata alla riconquista della propria dignità. Il premio per la migliore interpretazione femminile, invece, è andato alla tedesca Paula Beer per Undine didChristian Petzold, una storia d’amore con sfondo Berlino, che riscatta il suo andamento forse fin troppo festivaliero con un colpo di scena di carattere fantastico e sovrannaturale.

Nessun film capace di “vincere tutto” insomma, ma anche quest’anno molte cose belle da segnalare, anche se ci è dispiaciuto che non abbia vinto nulla First Cow di Kelly Reichardt. E se forse l’ulteriore frammentazione delle pellicole tra più di una decina di sezioni e sottosezioni rende a volte difficile anche per il pubblico più avveduto trovare nella gran massa quel film che fa tornare a casa con la gioia di essersi portati a casa una pepita d’oro.

Laura Cotta Ramosino