In concorso altri due film agli antipodi. Effacer l’historique del duo francese Benoît Delépine e Gustave Kervern è quasi una sitcom, con tre protagonisti tragicomicamente immersi nel mondo di Internet e dei social e vittime conniventi delle loro manie. Marie, che non ha mai lavorato e che è stata mollata da marito e figlio, finisce ricattata per un sex tape, la sua amica Christine è dipendente dalle serie tv e non riesce a capire perché la sua attività di autista non ottiene voti più alti dagli utenti. Bertrand invece è vittima di ogni sorta di offerta telefonica e finisce per innamorarsi della voce di un call center… Solo per scoprire che si tratta di intelligenza artificiale e non di una persona reale. Il film non ha un vero e proprio sviluppo, ma è composto di una serie di gag più o meno verosimili (spesso i tre protagonisti sono quasi troppo stupidi perché il pubblico possa tifare per loro), che sono salvate dallo sguardo di umana simpatia che gli autori riservano a questo gruppetto di looser di provincia di fatto un po’ la sintesi della fragilità collettiva di fronte ai nuovi media.

Tutt’altri toni ha Siberia, ultima fatica di Abel Ferrara con protagonista Willem Dafoe (alla sesta collaborazione con il regista), una sorta di strano viaggio nell’inconscio di un uomo. Clint, il protagonista, si è rifugiato tra le montagne e la neve in una capanna che è anche una specie di bar, dove giungono a visitarlo personaggi man mano sempre più surreali e simbolici.
Di costoro Clint (e pure gli spettatori, a cui Ferrara, per sua stessa ammissione, non ha voluto offrire vantaggi rispetto al protagonista) non capisce quasi una parola, ma è chiaro che ciascuno di loro rappresenta un qualche momento importante o irrisolto del suo passato. Il percorso spirituale (che passa dalla neve al deserto, alla campagna per tornare poi al suo inizio) è spesso criptico o involontariamente comico e per le stesse ragioni potrà creare risonanze in una parte del pubblico e lasciare sospettoso e indifferente il resto. Certo è che regista e attore mettono nella pellicola tutta la loro energia e creatività: starà al pubblico capire se varrà la pena ascoltarli.

Nella sezione Panorama, invece, con Hope la regista Maria Sødel racconta una vicenda nata dall’esperienza personale della malattia, ma da lì parte per tessere, sull’arco di 8 giorni, una storia d’amore tutt’altro che lineare lunga vent’anni. È quella di Anja (Andrea Braein Hovig), brillante coreografa, e Thomas (Stellan Skarsgård), autore e regista teatrale, che la recidiva del tumore di lei (e le pochissime speranze di guarigione) mettono di fronte a una prova decisiva. Nell’esplodere di sentimenti ed emozioni, di rimpianti e recriminazioni, i due devono fare i conti con un rapporto che si è forse irreparabilmente logorato. La regia cerca una profonda autenticità nel descrivere senza sconti, ma con molta pietà, due esseri umani messi di fronte a un dramma. La regista, però, ha sottolineato che non si tratta di un film sul cancro, ma una storia in cui la domanda vera è se i due sapranno amarsi in questa situazione estrema. Un ritratto mai sdolcinato, capace di colpire profondamente.

È una famiglia messa alla prova anche quella di Xhafer, un immigrato di origine kosovara che in Germania sembra essersi perfettamente integrato, così come raccontato in Exil, sempre nella sezione Panorama. Xhafer ha moglie, figli, un buon lavoro in un’azienda farmaceutica, ma a un certo punto la sua vita viene sconvolta da una serie di attacchi xenofobi (alla sua porta vengono lasciati dei topi morti, presumibilmente provenienti dai laboratori della sua ditta) e vari gesti di mobbing al lavoro. Xhafer dapprima tace, ma è sempre più provato da quello che accade, al punto da perdere gradualmente il senso della realtà e soprattutto mettere a rischio la sua famiglia. È il dramma di un uomo che non riesce a sentirsi accettato dai colleghi tedeschi (e nemmeno dalla suocera), ma al contempo fatica a fare i conti con la sua identità originaria. Nei corridoi claustrofobici di una ditta dove regna l’ipocrisia e gli ambienti domestici sono presentati quasi sempre in un’oscurità angosciante, il regista Visar Morina fotografa un dramma umano con gli stilemi del thriller, ma senza dare alcuna via d’uscita.

Laura Cotta Ramosino

Nella foto: Andrea Braein Hovig e Stellan Skarsgård in Hope di Maria Sødel