Il secondo giorno della Berlinale non regala, a parere di chi scrive, grandi capolavori, ma una sfilza di film per cui calza a pennello la definizione “da festival”, con tutto quello che di buono e cattivo si porta dietro.

Dovlatov del russo Alexey German jr (in concorso) è ambientato nella Pietroburgo del 1971, nella settimana dei festeggiamenti per l’anniversario della Rivoluzione, e segue la vita dello scrittore Sergei Dovlatov e del suo gruppo di amici artisti. Tutti invisi al regime, incapaci di integrarsi in un mondo che da loro pretende romanzi epici e poesie patriottiche, ottimismo costruttivo e fedeltà, e a cui poco interessa lo sguardo ironico e curioso di Dovlatov sulla vita che lo circonda. Non c’è spazio per il dolore di fronte al ritrovamento dei corpi di bambini morti durante la guerra negli scavi per la metropolitana, non c’è spazio per l’umorismo quando si mettono in scena i grandi della letteratura per celebrare il varo di una nave. Il film procede tra manoscritti eternamente respinti, soldi che mancano, ribellioni senza speranza ed esili forzati, a volte con fatica; eppure non si può fare a meno di provare empatia per questi artisti che cercano innanzitutto di essere uomini autentici.

A fare da pendant la pellicola tedesca Das schweigende Klassenzimmer di Lars Kraume (sezione Berlinale Special) che racconta la storia vera di una classe di liceali che, nella Germania Est del 1956, venuta a sapere della repressione sanguinosa da parte dei Sovietici dei movimenti studenteschi in Ungheria, decide di manifestare il proprio dissenso con due minuti di silenzio… I ragazzi non hanno idea delle conseguenze che il loro gesto, quasi più uno scherzo che una protesta, avranno sulle loro vite. Ognuno di loro dovrà confrontarsi con la dura reazione del regime che giustamente intuisce in quel momento di silenzio i germi di una reazione all’oppressione del socialismo reale… Il tratteggio dei ragazzi, delle loro famiglie (adulti con i loro difetti e il loro coraggio), degli inviati del governo che nascondono a fatica l’intolleranza per ogni forma di libero pensiero (compresa la fede…), fanno di questa pellicola, anche grazie al bel cast, un ottimo esempio di cinema civile, una rivisitazione onesta e coinvolgente di una vicenda semplice, ma esemplare.

Operazione cinefila e cerebrale, in gara per l’Orso d’oro, è invece Transit di Christian Petzold (habitué della Berlinale e vincitore nel 2012 con Barbara), basato su un romanzo di Anna Segher. La storia, con chiari rimandi all’eterno Casablanca, mescola il passato e il presente in maniera volutamente provocatoria: il protagonista Georg fugge a Marsiglia da una Parigi invasa dai tedeschi, assumendo l’identità di uno scrittore che si è suicidato per sfuggire alla cattura; lì incontra la misteriosa Maria, che con il defunto aveva un legame… Petzold ambienta però la sua storia nel presente, per cui le vicende di Georg, in attesa spasmodica dei permessi che gli permetteranno di fuggire, si incrocia con quelle dei rifugiati di oggi in un mix che risulta inaspettatamente convincente anche se le attrattive del film sono più per la testa che per il cuore.

Molto meno lo è la nuova prova di Benoit Jacquot, Eva (sempre in concorso), protagonista la sempre bravissima Isabelle Huppert, nei panni di una prostituta d’alto bordo in una vicenda dai toni hitchcockiani che in realtà non decolla mai. Accanto a lei Gaspard Ulliel in quelli di un giovanotto, Betrand, che, unico testimone della morte di un anziano scrittore, si impadronisce del manoscritto della sua ultima opera teatrale e la fa passare per sua. Replicare il successo però è molto difficile, così Betrand va a cercare ispirazione nello chalet di montagna della ricca fidanzata, dove si imbatte in Eva rifugiatasi lì con un cliente dopo un incidente d’auto. Da qui si sviluppa una trama complicata e perversa che però non riesce a mia a decidere che cosa vuole essere: thriller, racconto morale, studio di caratteri? Dopo il film di Joseph Losey del 1962 con Jeanne Moreau, Jacquot si cimenta nell’adattamento del romanzo di James Hadley Chase, ma stavolta, anche per i fan della Huppert (tra cui si conta chi scrive) non basta la sua interpretazione a salvare la baracca.

Laura Cotta Ramosino

Il trailer di Das schweigende Klassenzimmer di Lars Kraume: