Avevano 24-25 anni quando si incontrarono su un treno in Europa. Lui americano, lei francese, decisero una deviazione dal loro viaggio e scesero in una Vienna da sogno, che fece da sfondo a una giornata (e a una notte…) per loro indimenticabile. A parlare di tutto, a confidarsi idee, desideri, speranze. Ingenui ed entusiasti, si promettevano di rivedersi sei mesi dopo, ma sapevano loro (e sapevamo noi spettatori) che non sarebbe mai successo. Per tanti Prima dell’alba, successo del 1995, fu un cult generazione, dallo strano mix intellettuale e romantico, per altri una colata di parole irritante e noiosa. Ma il film dell’emergente Richard Linklater si fece ricordare come un piccolo film interessante, da festival ma anche da pubblico chic (oggi non avrebbe, crediamo, ugual fortuna).

Nove anni dopo, lui è uno scrittore di successo, lei lavora per un’associazione che aiuta lo sviluppo ambientale. Sembrano felici e realizzati, ma il primo incontro a Vienna ha segnato profondamente le loro vite. Si rivedono un giorno a Parigi: Jesse è in una libreria a presentare il romanzo in cui racconta la loro storia, e Celine si presenta a salutarlo; un po’ lusingata, un sconcertata per aver letto il libro e aver scoperto che la loro vicenda è diventata materia letteraria. Decidono di passare un po’ di tempo insieme, anche se manca poco all’aereo che riporterà Jesse a New York: in quell’ora e mezza scarsa si confidano le cose avvenute in quei nove anni, le prime ferite della vita, qualche speranza di prendere ancora in mano il destino e dare una sterzata.

Non è stato un successo in patria il sequel Before Sunset – Prima del tramonto, scivolato abbastanza nel dimenticatoio (sono cambiati in fretta i tempi, nel cinema e per il pubblico); ma l’idea di Linklater di riprendere i due personaggi e di richiamare i due ottimi Ethan Hawke e Julie Delpy che li interpetavano sembra azzeccata. Non solo per dare seguito a quel breve incontro, ma per raddrizzare l’impressione distorta che i due presuntuosi ragazzi del primo film potevano lasciare in chi non era stato conquistato dalla loro storia. Le strampalate teorie sull’esistenza ora lasciano il posto a sprazzi di vita vera, pur senza la brillantezza e il fascino del primo film. Eppure, nonostante sia un’opera sicuramente non indimenticabile, a tratti emoziona e coinvolge grazie a due attori ormai completamente calati nei propri personaggi. Hawke e la Delpy – che hanno stavolta collaborato a sceneggiatura e dialoghi – sono un mix di grande tecnica e talento interpretativo, ma la loro performance (come quella di ogni grande attore) si segnala anche per una finezza che sembra frutto di sensibilità umana e artistica. Come se avessero messo dentro quelle parole tanto di sé, delle loro vite. Non un’improvvisazione impossibile, per dialoghi a volte lunghissimi e senza stacchi di montaggio (che memoria), quasi fossimo a teatro. E non solo una evidente e lunga preparazione al testo. Ma un’immedesimazione che parte da se stessi, dalla propria conoscenza della vita, dei sentimenti, delle ferite d’amore.

Il risultato è appunto meno indimenticabile, ma ora fa capolino la vita, tra un matrimonio in crisi per lui e storie d’amore deludenti per lei (compresa quella che sta vivendo in quel momento). E alla fine di un’altra breve parentesi tra loro due, si apre forse una possibilità di un futuro… Un film frenato emotivamente, ma con un finale in cui le parole lasciano spazio a silenzi e una canzone, cantata da Celine, che lascia il segno. Purché ascoltata nella versione originale: il confronto con il film doppiato, una volta di più, dà l’impressione di due film completamente diversi.

Antonio Autieri