Beau è un quarantacinquenne pieno di problemi, orfano di padre fin dalla nascita e con un rapporto non risolto con la madre Mona, imprenditrice di successo. Il giorno in cui deve andare a trovarla, un misterioso furto gli impedisce di partire e il tono di rimprovero della madre lo fa sentire in colpa. Mentre cerca in tutti i modi di trovare una soluzione per il viaggio, viene a sapere che  Mona è tragicamente morta. Si mette quindi in moto per andare al funerale ma tutto sembra congiurare contro di lui…

Terzo film da regista per Ari Aster che, dopo Hereditary e Midsommer, si focalizza ancora sul tema dei traumi famigliari. Beau ha paura, infatti, è un lungo viaggio di tre ore nella mente e nei turbamenti di un uomo con un fortissimo complesso di Edipo irrisolto. Il film si potrebbe definire un’Odissea psicologica con il protagonista alle prese con il senso di colpa per non essere stato all’altezza della madre, donna di successo che lo soffoca con il suo amore ingombrante e che, in qualche modo, lo accusa della morte del padre, colpito da infarto nel momento in cui lo ha concepito. Anche per questo Beau non ha mai avuto rapporti sessuali, per evitare di fare la stessa fine del genitore, come gli ha sempre ricordato Mona (Patti LuPone). Il film è idealmente diviso in quattro atti:

  • Nella prima parte vediamo Beau (Joaquin Phoenix) – in cura da uno psichiatra – vivere in un contesto di marginalità sociale, circondato da diseredati, disadattati, tossici e assassini nudi che girano per strada. Un’umanità fuori controllo che gli invade l’appartamento devastandolo.
  • Dopo un incidente, Beau si trova accudito e accolto in una famiglia apparentemente perfetta. Roger (Nathan Lane) e Grace (Amy Ryan) si prendono cura di lui ma sono una coppia che vive nel morboso ricordo del figlio Nathan morto in guerra e che va avanti a furia di psicofarmaci, come quelli che inghiotte la figlia Toni (Kylie Rogers).
  • Nella terza parte il protagonista si perde in una foresta dove si imbatte nella compagnia teatrale degli Orfani del bosco e immagina di vedere rappresentata la sua vita di uomo che trova un equilibrio con moglie e figli; una bella famiglia, sconvolta però da eventi imprevedibili.
  • Nella parte finale Beau arriva finalmente nella casa della madre, un vero museo ricco di foto che celebrano Mona ma con molte immagini di lui bambino. Il funerale si è appena concluso ma in qualche modo per lui torna la pace e anche una momentanea felicità per l’incontro con Elaine (Parker Posey) di cui si era innamorato da ragazzino.

Come si può vedere la struttura del film è articolata e complessa e scandisce le tappe di un viaggio che può ricordare alla distanza anche quello raccontato da James Joyce nel suo Ulisse. Un film ricco e denso ma anche molto discontinuo. Con alcuni momenti disturbanti – soprattutto nella prima parte – e altri più coinvolgenti. La bravura tecnica di Ari Aster è evidente, così come la creatività di questo progetto in cui compare anche un lungo inserto che gioca con l’animazione. Un film circolare, che inizia con una nascita e si chiude con un simbolico ritorno nell’utero materno per un film totalmente intriso di psicanalisi freudiana. Joaquin Phoenix, come sempre è bravo e perfettamente a suo agio in questa parte di uomo complessato, quasi impossibilitato ad agire e in balia di eventi e persone, ma molto gentile e sicuramente di buon carattere. Un personaggio dalle tante sfaccettature che Phoenix sa rendere bene.

Stefano Radice

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