In un periodo nel quale forte è la tentazione di usare e abusare degli effetti speciali digitali (software disponibili, tempo risparmiato, possibilità di far correre la fantasia) è curioso come Michel Gondry, regista che ha cominciato la sua carriera con le clip musicali e i filmati pubblicitari, abbia proseguito un percorso filmico che volutamente cerca di sfruttare al massimo le caratteristiche cinematografiche solo con l’ausilio di strumenti classici o artifici meccanici o ottici, ma senza approfittare del digitale. Se questa filosofia era già distintamente avvertibile nelle soluzioni scelte in titoli come “Se mi lasci ti cancello” (ad esempio nel gioco di Jim Carrey intorno alla macchina da presa nella scena in cui lui stesso si osserva nella mente) o ne “L’arte del sogno” (uno studio televisivo e un’intera città costruite solo col cartone), ora Gondry sceglie di giocarci un intero film. Alla base infatti di “Be Kind Rewind – Gli acchiappa film” c’è la necessità di rimettere in piedi, e rapidamente, una videoteca di Passaic (nei pressi di New York), le cui videocassette si sono totalmente cancellate, per una specie di “tempesta magnetica” causata da Jerry (Jack Black), invadente amico di Mike (Mos Def), il commesso che sostituisce il padrone fuori città. Niente videocassette, niente affari, niente soldi. Lo scorbutico proprietario della videoteca dovrà chiudere e il palazzo verrà abbattuto per fare nuovi appartamenti, nonostante proprio lì ebbe i natali Fats Waller, uno dei protagonisti del jazz. Per salvare la videoteca – che si chiama Be Kind Rewind: sii gentile riavvolgi (il nastro) – e loro stessi dal disastro, i due decidono allora di rigirare una versione ruspante di “Ghostbusters” della durata di 20 minuti, sperando che la donna che ha noleggiato la cassetta non se ne accorga. La cassetta passa però dalla donna al nipote e alla sua gang, e a tutti piace molto: vogliono altri film. Così per i due soci comincia un “tour de force” per accontentare la clientela e rigirare su richiesta nuove copie di alcuni “classici” del cinema degli ultimi anni. “Robocop”, “A spasso con Daisy”, “2001 Odissea nello spazio” sono solo alcuni titoli ricostruiti tra i rottami dell’officina di Jerry o nelle strade del quartiere, da loro stessi o aiutati da un’amica che lavora in un lavasecco o da casuali passanti coinvolti. L’ispirazione da alcuni film di Frank Capra, come hanno notato in molti, è reale: lo sforzo per aiutare una persona costretta a dover lasciare il palazzo che verrà demolito, la ricerca delle radici del quartiere, la solidarietà degli abitanti, i tentativi goffi e ridicoli dei protagonisti. I tempi però sono cambiati, e se Capra (un immigrato siciliano) testimoniava la speranza di un’America pronta a rimettersi sempre in discussione per dare una speranza a tutti, Gondry (un francese giramondo) è molto più pessimista di chi l’ha preceduto sulla possibilità di mantenere una memoria storica. Sono molti i temi che Gondry butta sul piatto, dalla constatazione che le videoteche sono ormai ridotte a due generi: commedia e azione/avventura, ai limiti del diritto d’autore, alla speculazione che riduce allo stesso aspetto tutte le città. Ma tutto passa in secondo piano (e forse è questo che ha fatto storcere il naso a molti critici che avrebbero voluto un film più “serio”). Quello che colpisce sono questi due folli con la loro vecchia videocamera, con scene e attrezzi recuperati dalla discarica o vestiti avuti in prestito in tintoria, che riscrivono a loro modo un cinema che non c’è più e che non ritornerà, ma capace ancora di farci rimanere a bocca aperta.,Beppe Musicco