Non c’è bisogno di essere lettori di fumetti per conoscere minimamente la storia dell’uomo pipistrello. Chiunque abbia visto almeno uno della serie di film che sono stati girati su questo personaggio, a sentir parlare di “origini di Batman” vede comparire nella propria mente un’immagine precisa: Bruce Wayne bambino, che assiste impotente all’uccisione dei genitori. I già citati ipotetici non-lettori di fumetti rimarranno dunque un po’ spaesati quando si troveranno davanti, invece, Christian Bale barbuto, in abiti trasandati, che prende a pugni degli sconosciuti in una non ben precisata località cinese. L’inizio del film rappresenta il primo punto di rottura con le altre trasposizioni cinematografiche delle avventure di Batman. La scelta saggia del regista Christopher Nolan è infatti di presentare un eroe diverso rispetto a quello conosciuto in precedenza, di raccontare qualcosa di lui che ancora non sappiamo. Non più la grottesca Gotham City burtoniana, i cattivi-macchiette o il supereroe fascinoso alla Val Kilmer o alla George Clooney: il Batman ritratto da Nolan è cupo, tormentato, pieno di domande e senza alcuna risposta. L’inquietudine che si porta dietro da quando è rimasto orfano lo trascina dall’altra parte del mondo, ad allenarsi duramente per diventare più forte (non solo fisicamente) e dare un senso alla sua collera.

L’intero film sembra voler ruotare attorno al tema della paura: è, probabilmente, il motivo per cui si è scelto qui come antagonista principale il personaggio dello Spaventapasseri, la cui arma consiste proprio nel dare forma ai fantasmi interiori delle persone. È uno spunto interessante, che tuttavia è sviluppato in modo confuso e non viene approfondito granchè (lo stesso Spaventapasseri occupa davvero poco spazio). La sceneggiatura, d’altra parte, è leggermente schizofrenica: ad una prima parte abbastanza lenta e riflessiva, fatta di flashback e lunghi combattimenti, fa seguito una seconda parte frenetica con spari, combattimenti, esplosioni e veloci (ma interminabili) inseguimenti in auto. Va riconosciuto a Nolan – che ha rilanciato un personaggio indebolito al cinema dagli ultimi film su di lui, deludenti – il merito di attenersi maggiormente al fumetto, fatta eccezione per alcune scelte: ad esempio l’inserimento del personaggio di Rachel, inventato appositamente per il film. Inspiegabile Katie Holmes, che a livello recitativo sembra non essere cambiata di una virgola dai tempi di Dawson’s Creek. In gran forma, invece, Liam Neeson.

Maria Triberti