Con Bardo, cronaca falsa di alcune verità – in concorso alla 79ª Mostra del Cinema di Venezia – il regista messicano Alejandro González Iñárritu torna al cinema dopo sette anni di silenzio (The Revenant era stato il suo ultimo film, che era valso a Leonardo Di Caprio il suo unico Oscar come Miglior attore protagonista) con un’opera summa della sua carriera, una storia che ricalca la vicenda autobiografica dell’autore attraverso voli pindarici fuori e dentro la sua stessa immaginazione. La vita di un cineasta come Iñárritu, infatti, non poteva essere raccontata attraverso la linearità di una semplice storia di vita, così il messicano immerge il racconto in un mondo onirico, facendo vivere al suo alter-ego protagonista in una realtà fatta di paradossi e grottesco.

Silverio Gama è un giornalista messicano trapiantato in America in procinto di ricevere il più importante premio della sua carriera, coronamento di una vita lavorativa piena di sacrifici e grandi soddisfazioni; decide di fare un viaggio in Messico per recuperare il significato delle sue antiche radici, ma questo spostamento geografico provoca nella sua mente una serie di cortocircuiti di ricordi, fantasie e menzogne capaci di dare forma alla sua condizione esistenziale di uomo diviso tra due patrie.

Sovrabbondante, ambiziosa, a volte inestricabile, l’ultima fatica del regista messicano affascina innanzitutto perché a fianco alla sua imponente visionarietà pone la ricerca di un’identità per il suo protagonista: un uomo all’apice della sua carriera che decide di scavare tanto nel suo passato quanto nel suo presente per scoprirsi diverso dall’immagine che gli altri avevano costruito per lui. Il racconto si avvicenda dunque tra realtà quotidiane, immaginarie e oniriche senza soluzione di continuità, rappresentando insieme al dramma del protagonista anche tutta un’umanità costantemente alla ricerca di risposte per se stessa e per il proprio futuro. A fianco alla star del cinema spagnolo Daniel Giménez Cacho, qui nei panni del protagonista, un cast di volti forse meno noti e comunque efficacissimi nel creare un microcosmo famigliare popolato di personaggi spesso ai limiti dell’assurdo e del paradosso; ma se a tradurre tutto ciò in immagini troviamo la consueta maestria nella regia e nella fotografia, a Iñárritu si fa fatica a perdonare le numerose lungaggini in cui si perde nel racconto della vicenda (il film visto a Venezia durava tre ore, nella versione per l’uscita ufficiale è stata limata una ventina di minuti), inciampi e ridondanze che si concentrano soprattutto nella parte centrale del film e che rischiano di non far arrivare in fondo lo spettatore. Quando si dice less is more

Letizia Cilea

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