Non sono molti i registi italiani dotati della tenacia di Renzo Martinelli per reperire risorse utili a realizzare i propri film. Da questo punto di vista il regista di Cesano Maderno (MI) ha un curriculum esemplare: Porzûs, Vajont, Il mercante di pietre sono stati girati dopo un lungo lavoro che ha premiato un regista che alle spalle ha anche esperienza di videoclip musicali e spot pubblicitari. Spesso usando spunti originali e storie controcorrente, Martinelli ha ultimamente costruito parte del suo successo sull’anticonformismo dei suoi film: ad esempio Porzûs è la storia dello sterminio di una formazione di partigiani cattolici e liberali per mano di altri partigiani comunisti, legati alle truppe jugoslave del Maresciallo Tito; e Il mercante di pietre paventa un attentato terroristico ad opera di un convertito all’Islam che utilizza come corriere inconsapevole un’italiana che si è innamorata di lui.

Purtroppo il risultato è spesso inferiore alle aspettative, e i film di Martinelli rivelano grosse lacune di sceneggiatura, povertà di dialoghi, effetti speciali inutilmente insistiti, e un impianto che li fa somigliare più a prodotti per la televisione, che a dei film per la sala. Lo stesso accade anche per la sua ultima opera, Barbarossa, dedicato alla lotta tra i comuni lombardi e l’Imperatore Federico I di Hohenstaufen, che portò, nel XII secolo, alla storica battaglia di Legnano, con la sconfitta delle truppe imperiali; un evento che divenne simbolo anche del Risorgimento, celebrato da poesie, dipinti e statue. Forte dell’attaccamento alla vicenda di un partito politico che in questi anni ne ha fatto la sua bandiera, Martinelli è riuscito a realizzare questo film anche col consistente contributo della Regione Lombardia e della Rai, aggiudicandosi nel ruolo dell’imperatore un viso noto come Rutger Hauer (il replicante di Blade Runner), che da qualche anno ha scelto Milano come sede di un suo festival. Accanto a lui F. Murray Abraham (il Salieri di Amadeus), Raz Degan (Centochiodi), e Kasia Smutniak (Tutta colpa di Giuda). Ma i limiti già evidenziati negli scorsi film si ripresentano tutti in Barbarossa, un film che vorrebbe richiamarsi all’epico Braveheart di Mel Gibson, ma al quale mancano tensione e pathos. Pieno di urla, nitriti di cavalli, scalpitare di zoccoli e schizzi di sangue, il film presenta personaggi poco approfonditi (nonostante le due ore e passa del film), ridotti a sagome dalla scarsa espressività: Murray Abraham sembra la controfigura del cattivo sceriffo di Nottingham di Robin Hood, Raz Degan nel ruolo di Alberto da Giussano è poco più di una serie di pose da calendario, la figlia di Martinelli interpreta un personaggio poco plausibile. Anche la brava Kasia Smutniak è costretta a comportarsi da invasata e quindi a finire sul rogo, un destino che nel cinema accomuna tutti i personaggi femminili medievali. Altra scelta discutibile, il doppiaggio di tutti gli attori esclusa la Smutniak, il cui accento straniero è invece distintamente riconoscibile. Perché non far parlare Hauer in tedesco o fargli imparare le sue (non molte) battute in italiano? Un film che fa rimpiangere molti kolossal sull’antica Roma girati a Cinecittà.

Beppe Musicco