Giovanni, adolescente che desidera sopra ogni cosa essere felice («non essere contento o sereno, proprio felice») viene relegato sempre in porta durante le partite di calcio con i coetanei. Ma lui, ogni volta, a un certo punto butta i guanti e si avventura palla al piede verso la porta avversaria, dribblando tutti quanti ma poi sparacchiando regolarmente la sfera oltre un muro da cui il pallone torna sempre malconcio… Come Giovanni, insultato e picchiato dagli altri ragazzi. Lui ha il piede “a banana” (da qui l’orrido soprannome) e deve restarsene in porta. Ma nonostante ciò continua a credere in una vita all’attacco, alla brasiliana (come la maglia “verde-oro” che ostenta con orgoglio) in cui coraggiosamente andarsi a prendere la felicità, con tutte le proprie forze. Anche a rischio di prenderle. Altro che tutti quei “catenacciari”, sulla difensiva nell’esistenza, come il padre.,Il calcio, e in generale lo sport, come metafora della vita lo abbiamo visto spesso al cinema. Nel simpatico film di esordio di Andrea Jublin (che in realtà nel lontano 2002 girò il semiamatoriale Ginestra con il gruppo Compagnia di Cinema Indipendente), dopo il corto Il supplente che fu addirittura candidato all’Oscar, il parallelo è declinato in maniera sorprendente e lieve, infantile e profonda al tempo stesso. Poi il film prende anche altre strade, forse troppe, e non tutte così originali: c’è l’innamoramento per Jessica, la ragazza più grande e ignorante che lui cerca di aiutare in italiano, e che lo manipola a dovere; c’è la sorella, cui è legato (e che, già laureata, vive una difficile ricerca della sua strada sentimentale e lavorativa), e i genitori, distanti tra loro; c’è una professoressa (l’ottima Anna Bonaiuto, che ha in dote dalla sceneggiatura battute acide e folgoranti), sfiduciata e rancorosa verso tutto e tutti, che nonostante tutto lui stima; c’è il preside che la stimola, affezionato ma fin troppo zelante; c’è l’ex fidanzato della sorella (interpretato dallo stesso regista), sognatore in un mondo di persone che ai sogni hanno rinunciato; ci sono i bulli che lo vessano e le amiche di Jessica che lo disprezzano.,Nella prima parte il film fa sperare che finalmente anche in Italia ci sia un film scritto e diretto compiutamente ad altezza di ragazzi; con tanto di illusioni, amori che si traducono in acido, paura di diventare come tanti adulti “stracchi”, grevità e crudeltà che contribuiscono a un film meno edulcorato della media per film di argomento simile. Poi invece le storie si intersecano, ci si dilunga nel rapporto tra la professoressa stanca e il preside che la pungola (il bravo Giorgio Colangeli), con dialoghi che in un film per teen ager c’entrano poco. Ma rimane un certo gusto e capacità di rappresentazione per un mondo di ragazzi e della scuola che ad Andrea Jublin deve interessare parecchio, pensando anche al suo corto premiato che di un supplente e dei suoi allievi faceva il centro di una surreale storia. Soprattutto, c’è una sincerità disarmante, in questa ricerca della felicità che i grandi tendono a bollare come ingenua e che Giovanni non esita a domandare quasi con disperazione: «Giurami che non fanno tutti schifo?» domanda a più riprese, sulla scia di un raro momento di verità dell’amata Jessica. E allora, chissenefrega delle botte, delle umiliazioni, delle delusioni. C’è sempre la possibilità che qualcosa cambi, che una speranza improvvisa si riapra. Fragile, come un pallone che ti torna sempre indietro bucato, e per una volta invece rimbalza – in un finale con una piccola ma bella sorpresa – con un’allegria che si rispecchia nella faccia, pesta ma non doma, di un ragazzino coraggioso. Un bel finale per un film d’esordio con qualche difetto ma anche tanta qualità: oltre a un bell’umorismo e agli attori (su tutti il giovanissimo protagonista Marco Todisco, già con una ricca esperienza, che viene dalla serie tv I Cesaroni), ci sono contributi tecnici di alto livello, da Nicola Piovani alle musiche a Esmeralda Calabria al montaggio a Gherardo Gossi alla fotografia. Soprattutto, un piccolo film da guardare con simpatia e incoraggiamento, per lo sguardo che ha sull’adolescenza e per l’accento su una felicità che non può essere considerata un’illusione di questa età.,Antonio Autieri