Sono passati dieci anni ma non ce ne accorgiamo. E’ questo il tratto più inquietante e tragico del film. Siamo cambiati noi, che in dieci anni, dalla visione al cinema de L’ultimo bacio abbiamo visto la nostra vita muoversi e maturare verso un positivo fatto di matrimonio, famiglia, figli, amici e anche, perché no, di tanto dolore. Ma sullo schermo non scorgiamo nulla di nuovo. Anzi, ritroviamo, come già ne L’ultimo bacio, fantasmi di uomini, ragazzi non troppo cresciuti, facili prede di un sentimento che non lascia scampo. E così, via alla girandola di dubbi e di sospetti, anticamera di un vero e proprio terrore della morte che a quarant’anni fa già il suo improvviso ingresso. Il dramma di un film come Baciami ancora è che i personaggi girano a vuoto: senza rapporti stabili, con le idee confuse su tutto, sugli affetti, sui figli. Sono cresciuti da un punto di vista anagrafico ma non sono adulti e, il che è ancora più tragico, non hanno nemmeno una figura adulta con cui confrontarsi. Esemplare la vicenda di Carlo (Stefano Accorsi) e Giulia (Vittoria Puccini): un continuo inseguirsi a tratti isterico, a tratti annoiato, a tratti rassegnato dove non viene mai speso un giudizio serio sull’altro perché semplicemente l’altro non esiste, essendo due personaggi completamenti ripiegati su se stessi, vittime di una passione che è tanto travolgente quanto fragile e incapaci di un gesto di gratuità perfino nei confronti della figlia (che è sempre un problema: quando la si deve andare a prendere a scuola; quando disturba il rapporto sessuale). E non va meglio neanche agli altri: Favino vive il suo rapporto di coppia con la moglie pieno di frustrazione per la mancanza di figli ma anche carico di sospetti nei confronti delle continue assenze di lei, e del telefono staccato. Come se il matrimonio dipendesse dal contratto telefonico o dalla motilità degli spermatozoi. E quando il matrimonio va in pezzi e cerca giustamente il conforto degli amici, loro si dimostrano assolutamente inadeguati nell’affrontare il dramma: lo riaccompagnano a casa, impedendogli di farsi del male ma il loro compito finisce lì, come l’autista che rimane sobrio per riaccompagnare gli amici ubriachi dalla discoteca. E nemmeno il triangolo Pasotti-Impacciatore-Santamaria lascia qualche spiraglio positivo: Pasotti, scontati due anni di carcere per droga cerca, tra alti e bassi, di riannodare il rapporto con un figlio che non ha mai visto; la Impacciatore vive un rapporto d’amore turbolento con Santamaria, perennemente indecisa se gettarsi nelle braccia di un uomo che è tutto tranne che affidabile. Tutto è frutto del caso, dell’improvvisazione come se la vita fosse un incubo nero in cui andare a tentoni e cercare la strada meno dolorosa. L’ultimo amico, Alberto, vive letteralmente saltando da un letto all’altro, lavora in un supermercato e sogna di andare in Brasile. Gabriele Muccino realizza un film fotocopia de L’ultimo bacio , ma con parecchi difetti: la consueta tecnica fatta di piani sequenza e storie incastonate non compensa l’eccessiva lunghezza del film; il cast è diseguale e non è sempre gestito al meglio. Bene, ad esempio la Puccini, la Impacciatore e il solito Favino, male invece Santamaria, troppo sopra le righe, e Accorsi, rigido e isterico. Muccino cerca, per come riesce, di parlare di cose grandi della vita: dell’Amore per sempre, della Morte, del Sogno e della dura Realtà, ma l’impressione che è il tutto sia trattato con troppa superficialità, o meglio sotto il filtro di un Sentimento che è davvero il fondamento fragile delle vicissitudini dei vari personaggi. Le riflessioni anche interessanti di Accorsi sulla malattia, sulle donne che non soddisfano mai non durano che un attimo prima che la routine caotica e senza senso della vita prenda il sopravvento. Così come lo sguardo di Pasotti che a un certo punto lancia a un crocifisso è uno sguardo figlio dell’emozione del momento, piuttosto che un vero e proprio inizio di un cammino nuovo. Baciami ancora è un film serio perché cerca di raccontare, a volte semplicemente fotografandola, l’umanità devastata di oggi, terrorizzata da tutto, dalla morte, dalla moglie, dai figli e incapaci di generare (chi è veramente padre nel film?). Un’umanità sola e disperata, senza padri, senza adulti a cui chiedere un giudizio, senza veri legami che non siano quelli epidermici e superficiali. Un’umanità incapace di perdonare forse perché nella vita non sono mai stati bersagli di un perdono che abbia spalancato la vita. Uomini che Muccino, che pure in passato aveva realizzato La ricerca della felicità, un film su un padre tenace ed eroe, tutto votato alla gratuità e all’altro, pone davanti a un bivio amarissimo: la morte o la fuga da tutto. Come per dire: nella lotta della vita, in un modo o nell’altro, ne esci sempre sconfitto. 

Simone Fortunato