PRO,Film di apertura della Mostra di Venezia 2009, Baarìa è la storia di Bagheria (il titolo ne è l’antico nome fenicio), paese natale del regista Giuseppe Tornatore che lo ha ricostruito interamente in Tunisia. Tornatore, attraverso le vicende di tre generazioni della famiglia Torrenuova, racconta i cambiamenti di un angolo di Sicilia e, indirettamente, dell’intera Italia. Dagli anni 30 agli anni 80, si snodano le loro vicende: al padre Ciro, vaccaro orgoglioso che ama i poemi epici, segue Peppino – vero protagonista del film – giovane militante comunista, poi consigliere comunale a Bagheria che torna dall’Urss “riformista” e poi il figlio Pietro, fotografo e amante del cinema (in controluce la figura del regista). In particolare, si vede nascere la passione per la politica di Peppino, la sua storia d’amore con Mannina costellata di qualche dolore e di tanti figli, i rapporti con il partito e con gli amici di sempre (anche se “traditori”), mentre la Storia segue passo passo e ogni tanto irrompe decisamente nelle vite dei personaggi e del paese. Ci sono tutti (forse troppi) i momenti principali della vita siciliana e italiana: dal fascismo alla Guerra e poi alla Liberazione, dai condizionamenti della mafia alle lotte tra DC e PCI, dal boom economico al ’68, fino alla speculazione edilizia in tempi recenti che alla fine ci mostreranno una Bagheria diversa da quella felice e ruspante del ricordo nostalgico vagheggiata per le due ore e mezza del film. Ma ci sono anche la fede e la superstizione magica, la famiglia e l’onore, gli ideali politici e la disillusione.,Lo stile di Tornatore affascina alcuni come irrita altri, e spesso i suoi film sono un bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, a seconda di come ci si senta in sintonia con il suo universo poetico. E di poesia ce n’è molta, anche in Baarìa. Pur non amando particolarmente il suo linguaggio e il suo cinema, stavolta crediamo che il bicchiere sia almeno mezzo pieno, e che la fatica della visione valga la pena. Il regista di Nuovo cinema Paradiso conferma qui i suoi difetti di sempre: i suoi limiti narrativi (tutto è troppo frenetico, ridondante, confuso), le sue ambizioni smisurate che non sa governare (per esempio, non funziona bene l’innesto tra Storia e vite quotidiane, come in certi grandi affreschi di Olmi, Bertolucci, Fellini), il suo gusto per l’epos guarda a Leone ma in modo un po’ facile e grossolano, il suo gusto per il popolare a volta diventa grevità triviale, e se da alcuni attori sa trarre il massimo altri interpreti risultano assolutamente non all’altezza. Senza contare alcuni errori di casting o di “trucco” che rendono poco plausibili certi passaggi e certi rapporti di parentela (la madre di Mannina, prima troppo giovane poi troppo vecchia…).,Eppure Tornatore è tra i pochi che fa ancora un cinema “grande”, non minimalista; che sa far “kolossal” con grandi scene di massa, movimenti di macchina complessi e un respiro e uno sguardo più ampio, assecondato dalla colonna sonora di Ennio Morricone; e, pur con momenti che risulteranno oscuri e poco comprensibili (balzi temporali in cui in pochi secondi passano decine d’anni, riferimenti storici difficili da cogliere), ci racconta comunque una famiglia e un Paese con emozione e partecipazione, anche se solo a sprazzi coinvolge davvero. Soprattutto ha capacità visive che esaltano il mezzo cinematografico (i suoi film su piccolo schermo perdono tantissimo, come quelli dei grandi registi di una volta), ha una concezione del Cinema come macchina poetica, emotiva, onirica in certi momenti trascinante. Insomma, pur con i suoi difetti e la sua discontinuità, Baarìa è nel lotto di quei film che non si possono non vedere perché caratterizzano una cinematografia e un’annata. E, pur nei limiti di un bicchiere non colmo fino all’orlo, anche da consigliare per educare lo sguardo a un cinema che rischia di scomparire.,Tra le caratteristiche del film – che circola in due versioni: quella originale, presentata a Venezia, in siciliano con i sottotitoli e quella doppiata in italiano (quasi più incomprensibile e comunque inferiore) – i due giovani protagonisti ben scelti (regge la prova l’ex modella Margareth Madè, ma è soprattutto molto bravo Francesco Scianna), attorniati da un cast di attori molto noti, quasi tutti siciliani, con piccoli o piccolissimi ruoli. Impossibile citarli tutti: e alcuni (Monica Bellucci, Laura Chiatti, Raoul Bova) fanno camei di scarsa sostanza. Ma ci sono anche le ottime prove di Leo Gullotta o Michele Placido (anche se di una sola scena), Lina Sastri (che appare, invece, addirittura in due ruoli), Luigi Lo Cascio e Beppe Fiorello, gli eccellenti Nino Frassica, Vincenzo Salemme e i due comici Valentino Picone e soprattutto Salvo Ficarra, il migliore fra tutti.,Antonio Autieri,CONTRO,“Pensiamo alle cose in grande, ma abbiamo le braccia corte”. Appunto. Il difetto di un film come Baarìa sta nel manico, cioè nella mano di Giuseppe Tornatore, regista che ha sempre pensato in grande: Nuovo cinema Paradiso, La leggenda del pianista sull’Oceano, L’uomo delle stelle, Malèna, tutti film assai ben confezionati, dal sicuro appeal internazionale ma, ahinoi, dalla scarsa sostanza. Film che guardano allo stesso orizzonte di Baarìa: raccontare la Storia attraverso le vicende private e soprattutto, attraverso il cinema, vero e proprio protagonista della più parte delle opere del regista siciliano. Tornatore è un appassionato verace di cinema e il suo sguardo e il suo modo di fare cinema, come ben sottolinea Antonio Autieri nella recensione qui sopra, è antico, verrebbe da dire tradizionalista, e quindi ammirevole in una realtà cinematografica spesso costellata da film di plastica. Insomma, Tornatore è uno dei pochi a intendere il cinema come lo facevano i grandi maestri italiani e non, capaci di sintetizzare il mondo attraverso poche immagini, una splendida colonna sonora, interpretazioni memorabili degli attori. Ed è vero: è innegabile che un film come Baarìa sia inconcepibile senza il cinema di Sergio Leone, Bernardo Bertolucci, Ermanno Olmi, Francis Ford Coppola, François Truffaut. Tutti nomi che farebbero rabbrividire qualsiasi cineasta italiano e che invece no, Tornatore esibisce in ogni inquadratura, ogni sequenza, come numi tutelari indispensabili per la buona riuscita dell’opera. E bravo Tornatore: peccato che rispetto a tutti questi geni, compreso l’antipaticissimo e sopravvalutato Bertolucci, Tornatore sia non una spanna ma qualche metro sotto. Così Baarìa, strombazzatissimo dai media, non è paragonabile a nessuno dei grandi capolavori del cinema italiano anche se è evidentemente figlioletto o nipotino di questi. Troppi, davvero troppi i difetti che già Autieri ha ben sottolineato per rendere digeribile il polpettone. Ci limitiamo a rincarare la dose, facendo qualche esempio: un grande regista non ha mai bisogno di far vedere quanto è bravo, basti pensare a Eastwood, Ford o Olmi o tanti altri registi classici. Se lo fa è per rompere consciamente con la tradizione (certo Tarantino). Tornatore è invece una presenza ingombrante ai danni della storia stessa. E interviene, tra l’altro, nel modo più prevedibile e banale possibile: carrelli esagerati, dolly ripetuti e sempre uguali a sostegno di sequenze che da un punto di vista narrativo sembrano semplicemente giustapposte, create ad arte. Come la sequenza iniziale il cui senso sta nel manico appunto. Far vedere in tutta la sua potenza lo sterminato set di Bagheria ricreato a Tunisi. Lo stile visivo di Tornatore è magniloquente senza mai essere davvero grande, un po’ come la colonna sonora di Morricone, qui non al suo meglio. Il regista di Nuovo cinema Paradiso ha tante, troppe cose da dire e le dice male tutte, o quasi. I personaggi sono troppi e mal gestiti, la maggior parte dei cameo trascurabili se non risibili (la Bellucci), il contesto storico sfugge quasi sempre e non è certo una buona notizia quando lo spettatore guarda all’orologio sforzandosi di capire i rapporti di parentela tra i vari personaggi. Per non dire del modo pigro e facilone con cui si mostra lo scorrere del tempo. Non sono convinto, a differenza di Autieri, che tutti gli attori funzionino. Non sono male i due protagonisti, Ficarra si sforza di non fare il comico, ma altri, anche solo accennati, fanno rabbrividire: Lo Verso, conciato alla fine come un Klingon e Lo Cascio, altrove eccellenti, qui sono al minimo sindacale mentre al povero Fiorello viene regalata una parte – anche questa troppo ripetitiva, troppo inflazionata – che lascia davvero perplessi. Ma ci sono tante altre cose che rendono il bicchiere sì mezzo pieno, ma decisamente insapore: i vari registri comico, grottesco, tragico sono mal fusi (il film fa ridere quando non dovrebbe e non commuove laddove dovrebbe) forse perché manca una cornice, anzi uno schema di riferimento evidente, un fil rouge che attraversi tutta l’opera. Come la tragedia greca per Il padrino di Coppola o l’epica classica per il cinema di Leone o il realismo popolare per Olmi. Ma ci fermiamo qui: chiedere a Tornatore di andarsi a studiare anche letteratura greca ci sembra veramente un po’ troppo.,Simone Fortunato