Perché dedicare una serata ad un film muto, in bianco e nero, targato 1927? Perché innanzitutto “Aurora” (di F.W. Murnau, lo stesso del forse più celebre “Nosferatu”) ci fa innamorare di sé per come ci arriva, con un linguaggio cui siamo cinematograficamente e ormai inevitabilmente non educati ed abituati e che ciononostante ci tiene incollati allo schermo; poi per la sua commovente storia. ,Una storia semplice (ma non del tutto prevedibile) e al tempo stesso universale, archetipa (“Questa storia di un Uomo e di sua Moglie appartiene a nessun luogo e ad ogni luogo… La potreste sentire ovunque e in qualsiasi momento”, recita la didascalia iniziale): un uomo si rende drammaticamente conto di amare infinitamente una donna – sua moglie – (un infinito che passa attraverso gesti banali, ma che fatti insieme assumono le sfumature dell’eccezionale, del romantico e dell’irripetibile), ma anche di una debolezza – la passione per la seducente cittadina – , per cui al dramma dell'errore si aggiunge la consapevolezza della sproporzione tra il proprio desiderio e la propria finitezza. ,In poco più di una giornata dei due protagonisti ci scorre davanti tutta la vita di una coppia: gioia, affiatamento, routine, amarezze, cadute, pentimento, rimpianti, rimorsi, ricordo delle promesse fatte, del motivo per cui si è cominciata quella vita insieme; perdersi, ritrovarsi, per poi, chissà, perdersi e ritrovarsi nuovamente. ,Tanto è “elementare”, e affascinante, la parabola dei due contadini, quanto infiniti e tutti bellissimi, stupefacenti per i tempi che anticipano, i mezzi utilizzati dal regista per raccontarla. Belli in quanto non fini a sé stessi o per esaltare le doti del regista, ma perché “significanti”, rimandanti a un significato, che ci accompagnano, senza che neanche a volte ce ne accorgiamo, a partecipare della storia dei due protagonisti che ha una sua vita, cioè nasce, si corrompe, e, attraverso il sacrificio e la sofferenza, cresce. Mezzi che, almeno inizialmente, stridono, come si diceva, con le nostre abitudini di spettatori contemporanei, ma che re-impariamo volentieri e velocemente ad apprezzare. Recitazione (o meglio, data la mancanza di dialoghi parlati: espressività e gestualità) e potenza delle immagini si impongono (in linea con la corrente culturale ed artistica di cui il regista Murnau rimane uno dei massimi esponenti: l’espressionismo, nella fattispecie quello tedesco) con intensissimi primi e primissimi piani (anche questi mai ridondanti: si ride e si piange sempre per un preciso, profondo motivo…) e sovrapposizioni di immagini per dare voce ai pensieri dei personaggi (la chiassosa e mondana città che la seduttrice cerca di far immaginare al contadino; di nuovo la seduttrice che si insinua nei tormentati pensieri dell’amante; la passeggiata dalla città al bosco dei due innamorati di ritorno dalla loro mirabolante giornata). ,E poi le trovate simboliche, care a quel periodo, ma, arresesi alla realtà narrata, cambiate di segno: la città, che all’inizio caratterizza la donna “cattiva” e poi fa da sfondo alla ritrovata sintonia dei coniugi; l’acqua, all’inizio inquietante simbolo di morte e poi portatrice di speranza per il futuro; lo stesso matrimonio, prima “tomba del sentimento” e poi incredibile ed inaspettato luogo di novità umana. ,Infine il superbo accompagnamento musicale, le bellissime didascalie (anch’esse “espressioniste”, come la scritta “annegata” che si inabissa come inghiottita dall’oscurità in fondo allo schermo) unitamente alla capacità del regista di rendere essenziale e significativo ogni singolo elemento della messinscena, commuovono per la restituzione di significato delle cose. ,Un po’ thriller, un po’ noir, un po’ melodramma, un po’ commedia romantica, a tratti anche comico: su tutto il film alla fine sorge sempre, gloriosa, l’aurora.,