In concorso alla Mostra di Venezia arriva, tra gli applausi della stampa, un habitué come Olivier Assayas. La vita è doppia, come doppio e ambiguo il futuro, dove il digitale sembra sempre migliore dell’analogico. E dove i libri di carta, quelli che si sfogliano e si comprano a caro prezzo, sono in netto calo rispetto agli economici e-book, e valgono meno dei blog e dei tweet. Ma ci vuole dire tutto questo Assayas (ultimi film Qualcosa nell’aria, che passò a Venezia anni fa, Sils Maria, Personal Shopper) con Double Vies (il titolo internazionale è Non fiction)? La suggestione è quella, ma questa commedia agrodolce dal sapore nettamente francese ci porta a pensare che le vite che viviamo hanno un lato oscuro, nascosto a chi ci sta accanto; ma alla fine, anche se si nutrono di finzione e immaterialità, restituiscono una dolcezza, una grazia, una nuova vita che inizia. Battute veloci, mordenti, cinefile (dalla fede persa dal prete di Luci d’inverno di Ingmar Bergman al popolare Star Wars che diventa Il nastro bianco nel romanzo scritto da uno dei protagonisti), contemporanee (le batterie dei cellulari che si esauriscono, le serie poliziesche preferite dagli attori al teatro) e singolari (il personaggio di Juliette Binoche parla dell’attrice Juliette Binoche!) travolgono gli spettatori, anche per i continui intrecci, amorosi e non, tra i tanti personaggi. Comunque coscienti che Double Vies, pur raccontando quello che già sappiamo, resta un film aggraziato che regala sorrisi e buon umore. (Emanuela Genovese)

Altro maestro, in passato spesso vincitore ai festival e anche qui a Venezia, è Mike Leigh  (Segreti e bugie, Il segreto di Vera Drake, Another Year, Mr. Turner) che ha portato il suo Peterloo. Un lungo racconto storico, inizialmente molto parlato ed enfatico tra oratoria politica e schermaglie tra personaggi dai punti di vista contrapposti (tra chi vuole riforme e chi la rivolta, per esempio), che parte dalla vittoria di Waterloo nel 1815 per raccontare la susseguente crisi che gettò nella miseria ampi strati della popolazione inglese, soprattutto al Nord. Dove si chiede più dignità, condizioni economiche di sopravvivenza e rappresentanza politica. Il potere (casa reale guidata da un anziano e inetto re Giorgio III, governo, magistrati, esercito) vede nella repressione l’unica risposta a quelle che erano legittime richieste. Il film fatica a interessare nella prima parte e diventa avvincente solo alla fine, quando i drammatici eventi si compiono con un massacro (nel 1819) di povera gente durante il comizio di un famoso oratore e politico riformista. Di questi fatti da noi si sa poco, ma possono ricordare analoghe pagine di storia italiana di inizio ’900. Il punto  il modo con cui Leigh ha raccontato la storia, solo in parte appassionante nonostante temi importanti e che on invecchiano mai, come la giustizia sociale. Oltre tutto senza attori di spicco riconoscibili: prevediamo pochi consensi per il film. (Antonio Autieri)

Molto più coinvolgente ma anche più discutibile The Ballad of Buster Scruggs, film a episodi dei fratelli Ethan e Joel Coen prodotto da Netflix, che doveva essere inizialmente una serie per la nota piattaforma. E in effetti averlo trasformato in film non gli ha giovato. I sei episodi  ambientati nel vecchio West (tra i pochi attori famosi, pur piccole parti, James Franco, Liam Neeson, Zoe Kazan e il grande Brendan Gleeson) sono all’insegna dell’umorismo macabro se non nero, vedono la morte pronta a mietere la sua falce tra pistoleri, cercatori d’oro, cacciatori di taglie, ladri veri o presunti, persone inette o sfortunate  sorprese dalla violenza o che si abbandonano a essa. Alla fine sembrano solo storielle intrise di un pesante cinismo che con il passare dei minuti fanno ridere sempre meno (l’episodio che sembra più sensibile, in cui un cowboy chiede la mano a una ragazza rimasta sola, fa soffrire perché si immagina già che l’epilogo non sarà felice; ma è terribile anche quello di un artista senza braccia e gambe, che gira insieme per paesi e città all’uomo che l’ha scovato recitando opere in versi). Ma non riescono nemmeno a far scattare riflessioni profonde. Apologo sulla violenza che è all’origine della storia americana? O solo divertimento cinefilo (tra citazioni, stilemi e canzoni del far West) per i fans? Scommetteremmo che anche tra chi li ama, tanti non apprezzeranno. (Ant.Aut.)

È passato invece fuori concorso l’attesissimo A Star is Born. Esordio alla regia dell’attore Bradley Cooper (Il lato positivo) con un film basato su una storia classica di Hollywood già portata al cinema altre tre volte (degna di nota è quella del 1953 con Judy Garland). Una storia semplice efficace e già vista: lui è una rockstar che per caso incontra lei, cameriera in un bar, la sente cantare, si innamorano e lui la lancia come stella. Ma all’ascesa di lei corrisponde il declino di lui e tante lacrime per tutti. Lui è lo stesso Cooper, molto bravo a recitare ma anche a cantare, e lei è Stefani Germanotta in arte Lady Gaga, brava a cantare e incredibilmente non male anche a recitare. Se la storia è già nota, pur nelle differenze di ambientazione, il film è patinato e decisamente superficiale nel raccontare quell’amore, che non diventa mai vero melodramma come nella versione con la Garland. Eppure la storia funziona sempre, gli attori sono bravi, Cooper qualche idea di regia la ha. E alla fine il film è comunque godibile. (Riccardo Copreni)

Infine, un accenno al francese Amanda, passato in Orizzonti. Dirretto da Mikhael Hers, inizia come una commedia su un giovane che alterna lavoretti ai rapporti con sorella e nipotina, che si innamora di una bella ragazza incontrata per lavoro. Poi avviene una svolta tragica, che il film non gestisce benissimo: da lì il film diventa un’altra cosa, riflessione sul lutto e sulla necessità di crescere (a 24 anni si può essere ancora immaturi) e di prendersi responsabilità che la vita impone. Soprattutto quando c’è di mezzo una bambina (l’Amanda del titolo: bravissima la piccola interprete) di soli 7 anni. Non tutto convince, ma gli attori sono bravi (su tutti Stacy Martin, già vista in Il mio Godard, mentre Vincent Lacoste è meglio nella prima parte divertente che in quella più drammatica) e la storia ha vari momenti toccanti, tra cui il bel finale. (Ant.Aut)