Dopo un incendio e una pioggia torrenziale, Costantino Saru si ritrova tra le macerie dell’agriturismo Assandira fortemente voluto dal figlio Mario e dalla sua compagna tedesca Greta, tornati apposta dalla Germania per cambiare vita. Nell’incendio Mario muore e ora Costantino deve rispondere alle domande del magistrato che vuole ricostruire quanto accaduto prima della tragedia.

Salvatore Mereu (Ballo a tre passi, Sonetáula, Bellas mariposas) con Assandira porta sullo schermo il romanzo omonimo di Giulio Angioni. Affida al volto scavato dell’ottantuenne Gavino Ledda (Padre e padrone) il personaggio di Costantino che incarna la vecchia Sardegna pastorale, ruvida, diffidente e lontana dalla modernità cui si contrappone, invece, la generazione di Mario (Marco Zucca) e Greta (Anna Köning) che vede nel turismo la possibilità non solo di crescita economica ma anche di realizzazione personale. Per una buona metà, il film con continui flashback mostra lo scontro tra vecchio e nuovo, tra tradizione e modernità cui alla fine anche Costantino – per amore di Mario – è costretto a cedere. Un vero e proprio scontro generazionale in cui il rapporto padre-figlio è rappresentato in modo brusco, fatto di pochi dialoghi e incomprensioni ma in cui affiora comunque l’affetto di uno verso l’altro. L’aspetto forte del film è proprio in questo contrasto. Costantino è ancorato a vecchi valori; ha fatto il pastore e sa quanto dura sia quella vita e non concepisce proprio che si possa dar vita a un agriturismo in cui ai turisti viene proposta una messa in scena della vita rurale sarda, solo per creare stupore. Chiara in questo senso la sua frase: «Non si può fare il pastore per gioco. Neanche i bambini giocano a fare i pastori». C’è poi la figura ingombrante di Greta che ha un forte ascendente su Mario e che spinge molto perché l’agriturismo parta; lei – tedesca – è proprio estranea alla cultura dell’isola; le piace il posto e intravede la possibilità di fare business ma non c’entra nulla con quell’ambiente così come non c’entrano nulla i turisti stessi. Il film, molto coerente nella prima parte, a un certo punto si perde. Viene dato molto spazio all’impossibilità di Mario e Greta di avere figli e alla loro decisione di ricorrere all’inseminazione artificiale, rivolgendosi proprio a Costantino; questa parte – che vuole ancora sottolineare quanto il vecchio pastore sia estraneo alla contemporaneità – stride con quanto raccontato nella prima metà, diventando quasi un film nel film. E anche il finale, con la scoperta delle ragioni che hanno portato all’incendio, lascia un po’ perplessi. Un po’ un peccato ma rimane notevole l’interpretazione di Ledda, papabile candidato ai David di Donatello. Il film è stato presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia.