È l’imprenditrice Susanna Almiraghi a portare i pantaloni in casa sua: il marito, il debole Alberto Nardi, è sopportato, irriso (lo chiama sarcasticamente “gnu gnu”), maltrattato; può giocare al piccolo industriale con i soldi della moglie, che a un certo punto però gli chiude i rubinetti, esasperata per i suoi fallimenti in serie. Ma rifiuta il divorzio, che pure gli suggerisce l’amico vescovo: se è “finché morte non vi separi”, lo vuol vedere morto… Solo che poi è lei a morire, in un incidente aereo. E figuratevi la disperazione di Alberto, cui non par vero di essere libero da tale arpia, con la possibilità di spendere i soldi nelle operazioni in cui crede e magari felice con la sua amante giovane e sciocchina … Solo che da quell’incidente, la moglie Susanna, invece ritorna viva… Come liberarsene una volta per tutte?,Sarebbe fin troppo facile prendersela con il remake di una delle migliori commedie del periodo d’oro del cinema italiano: Il vedovo di Dino Risi (1959), con la sceneggiatura firmata tra gli altri da Rodolfo Sonego e Dino Verde e passata alla storia grazie a un’accoppiata strepitosa formata da uno strepitoso Alberto Sordi e da una sulfurea Franca Valeri (coppia già rodata dal precedente e altrettanto notevole Un eroe dei nostri tempi di Mario Monicelli). Altri tempi, altri nomi, altro cinema. Ma se a teatro (e anche al cinema) vediamo riletture variegate ed eccentriche delle opere di Shakespeare, non si può di per sé gridare alla lesa maestà in questo caso, che pur denota scarsa fantasia. I confronti, poi, sono appunto impossibili, prima che ingenerosi. Franca Valeri faceva anche televisione, ma era donna dai tempi comici forgiati nella dura gavetta del teatro e della rivista, la pur brava Luciana Littizzetto a quelli usa e getta della tv; dove regna incontrastata, e anche volendo pare arduo togliersi il ricordo dei suoi sketch sul piccolo schermo. Eppure qui funziona abbastanza, e anche Fabio De Luigi – ovviamente lontano anni luce dal miglior Alberto Sordi: ha senso prendersela con lui per questo? – che pure è meno scattante dei tempi di Happy Family e La peggior settimana della mia vita; soprattutto, è la sceneggiatura che è meno scoppiettante. Pur partendo da un canovaccio ben preciso (e sono sembrate patetiche le affermazioni di regista e produttore che non si tratti di un remake: perfino i nomi sono simili o identici), Aspirante vedov o è una commedia che fa sorridere qua e là, ma ridere davvero mai (in sala qualcuno ci riesce, per qualche scurrilità: ma far ridere con un “vaff…” è fin troppo facile). E il ritmo è troppo spesso frenato, senza contare una storia troppo lambiccata e anche mal pilotata: si arriva ai progetti criminosi del “povero” marito fin troppo facilmente. ,Di fronte a un film come questo, il problema sono le aspettative: se si cerca la grande commedia, o comunque qualcosa all’altezza dell’originale la delusione è cocente; se ci si accontenta di un onesto passatempo, si può guardare. Anche per una professionalità generale e una confezione adeguata, e soprattutto per alcuni comprimari di classe come Roberto Citran, Ninni Bruschetta, Bebo Storti (anche se il suo ecclesiastico cinico – che consiglia il divorzio alla ricca imprenditrice – è davvero un colpo basso fin troppo facile e scontato, senza contare una battuta irriverentemente fuori luogo sulla Resurrezione). Insomma, ci si può anche accontentare. Ma il problema, forse, è proprio questo: che a furia di accontentarsi, di fronte a troppe commedie italiane, si rimane sempre con l’appetito poco soddisfatto. E qui manca il guizzo, il colpo d’ala, la sferzata che giustifica l’intreccio. Anche se forse Massimo Venier non era il regista giusto per un’operazione simile: da lui, buon coregista dei primi film di Aldo Giovanni e Giacomo e poi direttore in proprio di film interessanti e al fondo positivi come Mi fido di te e Generazione 1000 euro, non ci si poteva aspettare una storia di cattiveria e lettura sociale sui nostri tempi. Ma da lui, pure proveniente dal modesto Un giorno in più, ci attendiamo ancora qualcosa di buono. Magari con storie più nelle sue corde.,Antonio Autieri