Anche se il titolo del film di Kleber Mendonça Filho si riferisce ad un invecchiato condominio residenziale lungo la spiaggia di Boa Viagem a Recife, in Brasile, il riferimento sembra andare oltre. L’Età dell’Acquario è il periodo astrologico (che sembra ancora ben lontano) associato all’avvento di un periodo di felicità e benessere per il genere umano. Grazie alla canzone del musical degli anni 60 Hair, “Aquarius/Let the Sunshine In”, l’età dell’Acquario è particolarmente legata alla generazione nata immediatamente alla fine della seconda guerra mondiale (i cosiddetti “baby boomers”), e all’idealismo che sfociò nella ribellione contro governi giudicati repressivi e guerrafondai.

I resti di quella privilegiata ingenuità, spesso evoluta in ipocrisia culturale, si ritrova in Aquarius, la cui protagonista è proprio un membro dei baby-boomers brasiliani. Clara (Sonia Braga) incarna perfettamente il desiderio che hanno tutti di invecchiare bene. A 65 anni è ancora prepotentemente bella e in grado di controllare le avances di uomini che sono abbastanza giovani da essere suoi figli; vive un pacifico pensionamento tra i suoi dischi e libri (era un’apprezzata critica musicale) lungo la spiaggia e nei drink in compagnia di assortiti coetanei. Clara ha anche una cameriera che prepara i suoi pasti e mantiene la casa in ordine, arrivando quotidianamente da una delle zone più povere di Recife, che ironicamente confina con la spiaggia su cui si affacciano i balconi di Aquarius. La vita di Clara tuttavia non è stata del tutto una passeggiata: è vedova ed è sopravvissuta al cancro, che le è costato l’asportazione di un seno.

Nel corso di questa storia Mendonça Filho mescola due tonalità distinte: un invitante romanticismo empatico e una sottile sommessa critica, che lascia però un retrogusto amaro. Clara è ammirevole e desiderabile, ma il regista non ci permette di dimenticare che anche lei, come la maggior parte di noi, svolge la sua vita all’interno di una struttura sociale ben definita e indiscutibile, che la porta ad assumere anche sentimenti di superiorità. Clara è coinvolta in una disputa con un gruppo di imprenditori che vorrebbero acquistare tutti gli appartamenti del condominio per demolirlo e costruirne uno nuovo e più lussuoso. Lei è l’unica persona ancora residente nel complesso dopo che tutti gli altri hanno venduto la propria casa. Ma questo gesto è mostrato dal regista come ambivalente: una sorta di eroismo non immune da testardaggine, che non può non avere ripercussioni anche sugli altri. Aquarius è anche una metafora delle tensioni sociali contemporanee, che mostra come le generazioni più giovani considerano i figli del baby boom dei privilegiati che godono di opportunità per loro non più disponibili, e che si aggrappano con tutte le forze alle risorse rimaste. I cattivi del film appartengono allo stesso ceto sociale di Clara, e utilizzano le stesse armi e gli stessi agganci della donna.

Aquarius non è un giallo immobiliare quanto piuttosto il dipinto di una generazione e di una nostalgia caratterizzata da piccoli particolari, come la meravigliosa chioma di Clara (vera cifra stilistica di Sonia Braga) vista attraverso gli anni, e le cicatrici della carne; un segno che non si può eliminare, neanche nei rapporti sessuali con gigolò che di Clara potrebbero essere figli. Tutto il film di Mendonça Filho è visceralmente vitale, fisico: nella descrizione delle persone come in quella degli spazi, fatta di una geometria di finestre, porte e corridoi dell’Aquarius e di Recife, che il regista illustra con lunghe zoomate. Con una resa “sensoriale” degli habitat che suggerisce il modo col quale consideriamo le nostre case, come un affronto ridimensionato e accessibile alle difficoltà della vita. Ma quello che Aquarius soprattutto vuole mostrarci è un sogno ad occhi aperti, che la protagonista ha l’audacia di voler vivere realmente e comunque.

Beppe Musicco