Uscito in poche sale e in versione originale con i sottotitoli, questo piccolo film indipendente francese si fa apprezzare per tensione drammaturgica: in poco più di 80 si snoda la vicenda di alcuni ragazzi (alcuni di origine maghrebina) a Porto Vecchio Corsica, che una notte d’estate dopo una festa in discoteca non trovano di meglio che entrare in una villa, dove uno di loro lavora come addetto alle pulizie. Poche ore, tra un bagno in piscina ed eccessi di droga e alcool di uno di loro, tra flirt con l’unica ragazza del gruppo e timori di Aziz, che ha fatto entrare amici veri e presunti. Poi qualcuno decide di prendere qualcosa, dalla ricca abitazione: poca roba, giusto uno stereo e qualche dvd, ma anche alcuni fucili di valore. E se lo strafatto del gruppo non vomitasse sul pavimento, il giorno dopo forse la cosa passerebbe quasi inosservata. Invece, tanto basta per scatenare la rabbia non tanto della donna che ha affittato la villa quanto del proprietario che gliel’ha procurata e che sembra avere il controllo del territorio; e che può scatenare una caccia al colpevole molto più temibile della polizia. Che una volta identificato, e avendo ammesso la colpa per non farla ricadere sul padre, restituisce tutto. Ma potrebbe rivelare i nomi dei complici, che vogliono evitare a tutti i costi questa possibilità…,Su un canovaccio non originalissimo si snoda Apache, e il titolo rimanda alla sensazione di assedio dei ragazzi che temono di dover pagare il fio della loro bravata. Qualcuno in effetti ci lascia le penne, ma per tutti il prezzo è salato. Pur non eccedendo in violenza il film, vietato ai minori di 14 anni, è angosciante quanto occorre in una storia simile, in cui i giovani commettono una leggerezza fatale per noia e voglia di trasgredire. Non cattiveria, ma goffa inadeguatezza e vuoto di senso sono i tratti dei protagonisti, che scivolano sempre di più in un incubo infernale da cui non hanno la forza di uscire. Non sarebbe impossibile, avendo almeno un po’ di pietà per un ragazzo che ha commesso il torto di fidarsi di loro. Ma Apache è uno spaccato in cui speranza e pietà non sono di casa; in cui un ragazzo può “vestirsi” di un cinismo innaturale (“Siamo giovani, ne vedremo di peggiori, dobbiamo divertirci”). In un modo fin troppo programmatico e senza spiraglio alcuno: è questo il maggior difetto di un’opera prima apprezzabile, diretta con mano abile da un esordiente di grande talento (la scena dell’auto che si allontana della città verso il luogo dell’esecuzione è magistrale), ma che intuiamo subito dove andrà a parare. E in cui i personaggi sono solo abbozzati, tanto da sembrare solo fantasmi e non persone vere, cui appassionarsi.,Antonio Autieri