Una giornalista fotoreporter di Montreal s’immerge nel brutale mondo del traffico sessuale thailandese alla ricerca di storie da raccontare in un reportage d’inchiesta. La sua forte etica del lavoro e la volontà di denuncia che la muovono la porteranno però a smuovere acque pericolose: coinvolta in prima persona in un rapimento e stuprata dagli uomini della mafia cinese, sarà costretta a riemergere dalle macerie del suo trauma con sofferenza e non senza una certa sete di vendetta.

Charles-Olivier Michaud porta sullo schermo un tema spinoso e di difficile collocazione all’interno del panorama cinematografico degli ultimi anni. Se le storie di denuncia giornalistica oramai affollano un filone narrativo ben preciso e sfruttato proficuamente da molti registi, l’intenzione di Michaud sembrerebbe essere quella di aggirare gli stereotipi del genere per costruire uno sguardo più personale sul tema dello sfruttamento sessuale. Eppure, al di là delle evidentemente buone motivazioni del regista, la pellicola raramente riesce a brillare per originalità; e la messa in scena soffre di una piattezza di fondo che limita la potenza emotiva di una storia così forte. La prima parte del film sembrerebbe introdurci in una sorta di mockumentary che ricrea le condizioni di violenza e brutalità delle donne prigioniere del mercato del sesso della capitale thailandese; le interviste a giovani donne sfigurate e private d’identità vengono proposte con uno stile tipicamente documentaristico, esattamente come le peregrinazioni della protagonista per le baraccopoli che le ospitano nelle periferie della città. Camera a mano e inquadrature sporche lasciano però velocemente il posto a quello che sembrerebbe voler diventare un thriller psicologico: la scena centrale della violenza è un punto di svolta che ci traghetta verso il dolore sepolto della protagonista, demolita a sua volta da una rabbia che la farà immergere in un vortice di autodistruzione.

Anna lotta per rimanere a galla e sopravvivere al livore, ma nonostante il forte impatto emotivo dei contenuti, la narrazione e la messa in scena, fatte di silenzi lunghissimi e parole soffocate, sono troppo fredde e ingessate per trovare un vero coinvolgimento dello spettatore. Lo sguardo della camera in troppe occasioni indugia sul volto sfigurato della protagonista, e l’esposizione compiacente della violenza subita tramite un video restituito alla donna dai suoi stessi carnefici sembra un furbo espediente per riempire lo schermo in modo un po’ ricattatorio. Il tono da reportage documentaristico di denuncia che ci aveva appassionato in apertura viene dunque relegato in sottofondo, la pellicola s’immerge a piene mani nella finzione di un debole thriller che cade inevitabilmente nella stereotipica storia di una donna in cerca di vendetta.

 

Maria Letizia Cilea