Anna è una donna sola, scappata da Milano e da un matrimonio con un marito violento, che le fece perdere anche il bambino che aveva in grembo e tornata nella natia Sardegna, in un angolo remoto e incontaminato, a curare le proprie ferite portando avanti la fattoria ereditata dal padre. Vive libera e circondata dalle malelingue del paese – non disdegna avventure occasionali, fa una vita di sacrifici con un povero allevamento di pecore e capre da cui produce formaggio e ricotta, ma si sente protetta e al sicuro. Finché una multinazionale acquista dal comune il suo terreno: lei non ha carte che ne dimostrino la proprietà; ma forte di un diritto antico e consuetudinario – che fa di chi detiene da lungo tempo la terra, che peraltro il padre acquistò da un altro contadino, il legittimo proprietario – la donna si batte come una leonessa, spalleggiata da un coraggioso avvocato. Mentre tutto il paese, che vede nell’albergo di lusso che la multinazionale vuole costruire un occasione di lavoro e di sviluppo, la guarda con sospetto e le si scaglia addosso con odio.

Marco Amenta lascia la sua Sicilia per raccontare un’altra terra difficile come la Sardegna (che pure si vedeva in parte nel precedente Tra le onde). Anna – presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2023 nell’ambito delle Giornate degli Autori – è un film energico e pieno di umori e di passioni, ispirato a una storia vera, che si regge sull’interpretazione energica di Rose Aste, novella Davide contro Golia. Un po’ di sfumature avrebbero reso forse più interessante il soggetto: a tratti fin troppo urlato, abbastanza manicheo nel dividere i torti e le ragioni (in fondo la multinazionale italofrancese offre 500mila euro alla donna che con quei soldi potrebbe, come le suggerisce l’amico avvocato, comprare una terra altrove e ricominciare con meno fatica), e intransigente nel difendere un radicalismo della “terra”, per coltivare la memoria del padre, che sfiora l’irragionevole. Convinta di dover difendere quella terra da tutto e da tutti non solo per preservare la propria libertà di vivere come preferisce ma anche per salvarne la sua natura (la cementificazione di posti incontaminati è sicuramente un problema serio, e l’azienda a un certo punto inizia a usare metodi prevaricatori), Anna – la donna e il film che prende il titolo da lei – non si pone minimamente il problema di chi con quella realtà pur poco gradevole potrebbe viverci e non ha la possibilità di scegliere una vita da autarchica ad ogni costo e quasi orgogliosa di essere «sola, sempre sola».

Sicuramente Amenta si inserisce in un recente filone di neofemminismo antipatriarcale che le conquista facili simpatie, ma al cinema abbiamo visto figure più convincenti di lotte contro multinazionali rapaci e sfruttamento capitalista di un territorio. Se in effetti è intrigante la visione anacronistica di una donna attaccata alla terra come per un legame viscerale e primitivo (come si vede nel racconto del vecchio ulivo; e si spiega anche in questo modo l’abbondante uso del dialetto sardo nei dialoghi), nel complesso qualcosa non convince, compresala facile soluzione finale che onestamente ci sembra lasci tutti sconfitti. Anche Anna, la cui vittoria sembra simile a quella di Pirro.

Antonio Autieri

Clicca qui per rimanere aggiornato sulle nuove uscite al cinema

Clicca qui per iscriverti alla newsletter di Sentieri del cinema

Clicca qui per iscriverti al nostro canale Youtube