La trama di Amsterdam è basata su una storia vera, ovvero il complotto di uomini d’affari che nel 1933 cercò di fomentare un colpo di stato guidato da veterani americani della I guerra mondiale contro il governo di Franklin Delano Roosevelt, allo scopo di mandare al potere il generale in pensione ed eroe di guerra Smedley Butler per farne un dittatore di stampo fascista, sulla falsariga di Mussolini e Hitler. Butler non solo rifiutò l’offerta, ma decise di testimoniare davanti al Congresso per svelare il complotto; ciò nonostante nessuno dei ricchi uomini d’affari che avrebbero finanziato il colpo di stato venne mai arrestato.

Questa cospirazione è quello intorno a cui si svolge tutto il film: la controparte romanzata di Butler è il generale Gilbert Dillenbeck (interpretato da Robert De Niro). Tuttavia, Amsterdam è prima di tutto un ritratto di un’amicizia quasi utopica tra tre partecipanti alla prima guerra mondiale: il dottor Burt Berendsen (Christian Bale), l’avvocato Harold Woodman (John David Washington) e la misteriosa Valerie Voze (Margot Robbie).

Il titolo sembra posticcio, ma è anche la chiave per capire il film, in quanto la narrazione centrale non si svolge al di fuori degli Stati Uniti, ma un lungo flashback, che si verifica mentre Berendsen e Woodman fuggono da assalitori sconosciuti. I ricordi trasportano lo spettatore in Europa, alla fine della guerra. Così inizia un racconto ricco di dettagli: come i due uomini sono diventati amici nell’esercito e come hanno incontrato Voze, un’infermiera che si gode la vita e che li attira nella sua orbita.

Questa parte, che occupa quasi mezz’ora del film, è la giustificazione per il titolo, dato che indugia nei piaceri della vita bohémien nella capitale olandese, piena com’è di balli, ritrovi e creatività. Voze è infatti anche un’artista che crea piccole sculture con proiettili e schegge recuperate dai corpi dei soldati, compresi quelli di Berendsen e Woodman, gravemente sfregiati.

Tutti e tre i personaggi godono nello state lontano dall’America: per Berendsen la vita ad Amsterdam offre una tregua dalla moglie e dalla sua ricca famiglia di medici, che screditano apertamente l’uomo mezzo ebreo che tenta di esercitare nel sofisticato quartiere di Park Avenue. Woodman e la sua relazione interrazziale con Voze sono non fanno notizia in questo ambiente cosmopolita e anticonformista. Ma quando il trio lascerà Amsterdam per non tornarci più, il dolore sarà insopportabile; e quel che è peggio, Berendsen e Woodman saranno accusati di un omicidio cui hanno solo assistito.

Il problema di Amsterdam, diretto da David O. Russell, è che non basta riempire lo schermo di uno stuolo di volti importanti per appassionare lo spettatore: dagli sprecati Taylor Swift a Chris Rock; dalla freddezza di Anya Taylor-Joy all’ambiguità di Rami Malek, tutti stanno davanti alla macchina da presa cianciando per due ore, in attesa di una svolta appassionante che non arriva mai. Ci si chiede come abbia fatto il regista di film così avvincenti come Il lato positivo e American Hustle a perdersi nei rivoli di una vicenda che potrebbe avere tanti spunti interessanti (le coppie prima citate, ma anche i poliziotti interpretati da Alessandro Nivola e Mathias Schoenaerts, convinti che Bale e Washington siano due assassini; o i due agenti segreti di Michael Shannon e Mike Myers). Quel che resta invece sono le belle scene ambientate negli interni di Amsterdam, riprese da un mago come Emmanuel Lubezki.

Ma, nonostante tutti i protagonisti continuino a rimarcare quei luoghi a ogni piè sospinto, la vicenda resta noiosa, contorta e troppo lunga. Stupisce che, a differenza del pubblico in sala, non se ne sia accorto anche il regista.

Beppe Musicco

 

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