La prima scena è in realtà quella che poi diventerà l’ultima (e perdonate se qui, e in seguito, saremo costretti a svelare dettagli della storia per poterla commentare adeguatamente): un gruppo di pompieri sfonda la porta di un’abitazione, allertati dal cattivo odore. E trovano poi una stanza sigillata, che quando si apre svela il corpo di una donna, morta, su un letto…,È un incipit che comunica una grande inquietudine, che non viene certo rasserenata – anzi – dal racconto tutto in flashback della storia dei due anziani coniugi, agiati ed eleganti. Sono teneri e belli da guardare insieme, Georges e Anne. Affiatati e legati da profondo amore e interessi comuni (sono entrambi insegnanti di musica in pensione, e la musica è la loro grande passione). Un giorno lei inizia a star male: un piccolo momento di “assenza” è il primo segnale, che poi esplode in una malattia lunga e senza vie di uscita. A curarla, tenace e delicato, l’anziano marito pieno di gesti di attenzione. Georges non vuole sentir ragioni dalla figlia, che suggerirebbe forme di cure più attrezzate come una casa di riposo: vuole badare lui a sua moglie, come lei vuole, a casa e non in ospedale. E accettando silenzioso la sua richiesta: se soffrirà, dovrà interromperne l’agonia. Pian piano la coppia si chiude in se stessa e si isola. Quando solo Georges rimane lucido, a un certo punto, farà a meno anche di inutili e insensibili infermiere e allontanerà la problematica figlia.,Una storia d’amore e non di morte, ci viene suggerito dal titolo e dalla “tesi” del film prodotto in Francia dall’austriaco Michael Haneke (Palma d’oro a Cannes 2012: seconda vittoria nel prestigioso festival per il regista dopo Il nastro bianco). E di amore ce n’è tanto, tra Georges e Anne: e non può lasciar indifferenti. Ma lascia l’amaro in bocca, a più riprese e a tragedia consumata. Di classe e qualità cinematografica ce n’è parecchia, ben più che nel recente film di Marco Bellocchio Bella addormentata che non riusciva del tutto a diventare una bandiera per la libera determinazione e per l’eutanasia come nelle intenzioni (e pur appoggiandosi a un caso drammatico come quello di Eluana Englaro e alle tesi di un personaggio ormai pubblico come suo padre Beppino). C’è nello stile, rigoroso e angosciante anche per l’ambientazione “chiusa” fino alla claustrofobia (non si esce mai da quell’appartamento parigino) eppure più caldo che nei precedenti film del regista austriaco, finora campione di un pensiero intriso di nichilismo – in film come Funny Games, Il tempo dei lupi, Niente da nascondere, lo stesso Il nastro bianco – qui riscaldato dal rapporto d’amore tra questi due anziani legati per la vita (anche se l’ambientazione e molte scene, come quella del piccione entrato in casa che Georges cerca di soffocare, ricordano la glacialità di quei film). E c’è, classe e qualità, nell’interpretazione straordinaria dei due protagonisti Emmanuelle Riva e soprattutto Jean-Louis Trintignant (gigante del cinema, non solo francese), cui si aggiunge la misurata Isabelle Huppert nei panni della figlia musicista, tesa e distante. Ma Amour, che a Cannes commosse pubblico e critica, sembra ancora più controverso e a tesi del film di Bellocchio, che forse in maniera stranamente impaurita da possibili reazioni cercava – almeno in parte – di rappresentare altre posizioni umane; impasticciando la storia, ma risultando meno parziale e agghiacciante di un film che sfonda facili porte aperte del pensiero contemporaneo. Haneke spinge veloce sul pedale del declino umano, con la moglie malata subito decisa a imporre al marito una scelta che fa a pugni con la sua tenerezza; e rapidamente insofferente a quella vita. Un declino realistico ma “incattivito” da un osservatore con sfumature horror, per renderci ancora più insopportabile quella parabola umana senza alcuna concessione alla dignità dell’umanità dolente e malata (come invece in un piccolo e poco visto capolavoro recente, A Simple Life). E la decisione, e l’azione, che ne scaturirà alla fine – che non sveliamo, ma che è facilmente intuibile – risulta irrazionale e violenta (Georges non sente come un peso curare Anne, e lo farebbe ancora a lungo senza quelle promesse) come la tesi che il film vuole portare avanti. Se pure non si può parlare di eutanasia in senso tecnico (di dolce qui non c’è nulla), il film ne diventa la bandiera ideologica perché vorrebbe far pensare che è disumano quel declino umano. Ma se si tengono ben aperti occhi, cuore e ragione, non si potrà non far venire un laicissimo dubbio (di fronte ai nuovi “dogmi” che pian piano ci vengono imposti): è davvero umano porre fine alla vita della persona amata? È umano definire libertà – come sembra di intuire dalla scena/apologo del piccione prima imprigionato, poi liberato – dare la morte, e in quel modo? ,Antonio Autieri