Davvero crescere tocca anche a noi? La quarta tappa della saga di American Pie si misura con l’effetto nostalgia, secondo quel modello – lo stesso esplorato da Carlo Verdone in Compagni di scuola – della riunione tra amici che, non vedendosi da tanti anni, si trovano di colpo a fare un bilancio delle loro vite e a riflettere sulla reale consapevolezza dell’essere adulti. Per non deludere le attese di quanti hanno garantito il successo commerciale alle precedenti puntate, anche questa rimpatriata si basa su una sceneggiatura sessuocentrica – scritta dagli stessi due registi, grandi fan della serie – e su un tasso di volgarità esasperato, che trova l’ideale portabandiera nel personaggio di Steve Stifler (lo interpreta per la quarta volta la faccia da schiaffi Seann William Scott), un candelotto di dinamite perennemente acceso nonostante l’età e la stempiatura. ,Eppure, come già nel precedente American Pie – Il matrimonio (in cui spiccava la frase molto profonda “l’amore non è un sentimento ma un gesto”), anche questo film intende riflettere su temi importanti. Sull’amicizia, per esempio, descrivendo il legame tra questi ex compagni di scuola come tutt’altro che superficiale ma capace, piuttosto, di sopravvivere agli anni e alla distanza e quindi di andare oltre il cameratismo da bisboccia. Per quanto paradossale possa essere, in un film che più sboccato e scollacciato non si può, questi improvvisi trentenni danno ormai più retta al cuore che a parti più basse del loro corpo e, a guardare bene, il film compone un inno alla fedeltà coniugale. Infatti quella che doveva essere nelle intenzioni una “notte da leoni” (benché non manchi una grande sbornia, citazione letterale di quel film) si trasforma in un week end di bilanci esistenziali in cui tutti gli elementi del clan che nel frattempo si sono sposati scoprono che la loro piena realizzazione è proprio nella scelta di vita definitiva che hanno compiuto. Se la volgarità non fosse quasi insostenibile, potremmo apprezzare insomma una pochade che non annoia mai grazie a un meccanismo narrativo perfettamente oliato.,Jason Biggs (“la brutta copia di Adam Sandler”, in una battuta del film riuscita ma che farà ridere più oltreoceano che da noi) raggiunse lo zenit della carriera recitando come protagonista in Anything Else di Woody Allen. L’esperienza non ebbe seguito ma, giacché gli americani non avendo miti se li costruiscono, il suo imbranatissimo Jim – imbarazzato ma sempre impassibilmente yiddish nelle situazioni in cui chiunque altro desidererebbe non essere mai nato – potrebbe tra qualche decennio diventare una maschera comica cui guardare con interesse sociologico, emblematica di un decennio segnato dalla volgarità in quasi tutti gli ambiti del sociale. Anche questo, però, in un momento di grande crisi della commedia americana, oltre che di tutto il resto, è sconfortante: non è mai un buon segnale quando, per attirare l’attenzione su temi importanti, come la responsabilità dell’essere adulti e la fedeltà coniugale, l’unico modo è tenere il mirino dell’umorismo sempre puntato sul basso ventre. Qualsiasi messaggio, ammesso che ci sia, passa inosservato. E se l’intento è solo quello di divertire, come è legittimo che sia, comunque siamo messi male.,Raffaele Chiarulli,