Massimo Sisti è un igienista dentale con uno studio a suo nome, uno stile di vita sobrio, due figlie adolescenti e una moglie. La sua villa si erge su una zona collinare nei pressi di Latina, una volta alla settimana si vede con l’amico di una vita per bere una birra, e la sua vita sembra procedere nella più assoluta, quotidiana, normalità. Un giorno come un altro si fulmina una lampadina, lui scende in cantina per recuperarne una nuova e l’assurdo irrompe nella sua vita.

Dopo i notevoli La terra dell’abbastanza e Favolacce, i gemelli Damiano e Fabio D’Innocenzo propongono il loro terzo lungometraggio in poco meno di quattro anni (presentato in concorso alla Mostra di Venezia 2021), continuando a esplorare il territorio oscuro della psiche umana e l’impenetrabilità delle sue dinamiche. In America Latina raccontano la storia dell’uomo più comune, la cui vita viene sconvolta da un evento incomprensibile che rivoluzionerà le coordinate della sua esistenza: la classica struttura del thriller americano, insomma, che riecheggia nel titolo del film e soltanto in quello, perché purtroppo l’operazione di ri-ambientazione di uno dei generi più prolifici del cinema americano è quasi del tutto fallimentare.

Portando agli estremi le peculiarità del loro cinema, in America Latina i D’Innocenzo lavorano per sottrazione, lasciando alla messa in scena e all’interpretazione dell’eccelso Elio Germano la responsabilità di far emergere cause, sviluppo ed esiti della spinta narrativa: una scelta concettualmente raffinata, ma poco efficace quando la struttura del racconto risulta di per sé fragile e i personaggi poco caratterizzati. La scarsa consistenza della trama si affianca poi a scelte estetiche anch’esse estreme, con una fotografia scura e claustrofobicamente serrata nei primi piani dei volti. Chi guarda si ritrova dunque rinchiuso insieme al protagonista in un vero e proprio incubo: eppure l’esperienza di visione, alla fine dei giochi, finisce per annoiare lo spettatore, già indirizzato da tempo verso la risoluzione di un mistero che di per sé ben poco aveva di misterioso e interessante. Un vero peccato per i due registi romani, che in passato avevano già dimostrato di avere un talento straordinario e che qui sembrano invece aver perso le coordinate della loro stessa storia.

Letizia Cilea

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