In principio doveva essere Cavour. O meglio, quella era l’intenzione del produttore Agostino Saccà, che da tempo culla il sogno di un film sul celebre conte, primo presidente del Consiglio dell’unità d’Italia con i Savoia. Cavour e il rapporto con sua figlia: questo il soggetto proposto dal produttore a Gianni Amelio, che non era convinto. E ha rilanciato: «Beh, sul rapporto tra un padre e sua figlia poteva esserci, recente e forte, l’esempio di Bettino Craxi e di sua figlia Stefania. L’ho detto con un po’ di incoscienza, soprattutto per liberarmi di Cavour…».

Così è nato Hammamet, secondo quanto Gianni Amelio ha raccontato alla stampa. Ai giornalisti ha sottolineato che la sua intenzione non era fare un film politico, ma su un uomo politico «su cui è caduto un silenzio da decenni, probabilmente ingiusto. Non sul Craxi trionfante anni 80, ma sulla sua lunga agonia di 6/7 mesi; un uomo che ha perso il potere e va incontro alla morte, coltivando rimorsi, rancori, desideri». Tanto meno l’intenzione dell’autore, che ha scritto il film insieme ad Alberto Taraglio, era di fare un film su Tangentopoli e Mani Pulite. E a chi lo ha criticato per aver rivalutato Craxi, Amelio ha risposto di fare attenzione ai due formati: il 16: 9 per le sequenze “normali”, legate alla storia; il 4:3 per consegnare – a mo’ di virgolettati: sono frasi sue, non del narratore – le sue memorie a una videocamera, retta da un giovane. Ma altrettanto importante se non di più è la dimensione “privata”, personale, per esempio con il già citato rapporto padre/figlia, «molto emozionante» ha aggiunto Favino. La cui presenza nel film è stato garanzia di realizzazione. Senza Favino, il regista non avrebbe fatto il film («forse non si sarebbe proprio fatto)» sugli ultimi mesi di vita di Bettino Craxi, peraltro mai nominato ma chiamato solo il Presidente. Ma la somiglianza di Pierfrancesco Favino – grazie al trucco cui si sottoponeva (5 ore al giorno di trucco e parrucco) e alla bravura del protagonista – con il leader socialista non lascia dubbi. E se alcuni personaggi sono inventati, molti altri ci sono ma “non nominati” o chiamati in altro modo. La figlia, per esempio, è Anita come omaggio alla moglie di Giuseppe Garibaldi, mito craxiano.

Pierfrancesco Favino, dal canto suo, ha sottolineato che, seppur importante, la sfida era dimenticare il trucco, e farlo dimenticare: «La maschera spesso ti permette di mostrare qualcosa di intimo, che altrimenti non avresti il coraggio di far vedere». E su Craxi: «Aveva un senso di paternità verso l’Italia: si può dire qualsiasi cosa di lui e delle sue azioni, ma sicuramente ha amato il suo Paese. Ho empatizzato con moltissimi aspetti di quest’uomo, e anche con il figlio: non deve essere stato facile avere Craxi come padre».

Conoscevo il politico e le sue questioni giudiziarie, non l’uomo e il suo privato». Tra le varie attenzioni del grande attore, quella di prepararsi su una marea di materiali video per essere credibile nella parte di un uomo malandato e sofferente, che trascinava la gamba malata e faceva fatica nei movimenti.

Favino ha messo anche in luce la diversa caratura dei politici di una volta: «Li vedevo parlare in tv con autorevolezza; in parlamento in tutti i discorsi ufficiali si notava una grande ricchezza del linguaggio; e poi si usava il “noi”, mentre i politici attuali preferiscono la parola “io”». Ma l’attore ha preferito non dilungarsi in giudizi di merito:«Non amo gli attori che parlano di politica: non ho competenza, solo per essermi preparato 6 mesi sui libri. Io ho scelto di parlare unicamente attraverso il mio mestiere».

Antonio Autieri

Nella foto: Gianni Ameli sul set con Pierfrancesco Favino truccato da Bettino Craxi

Qui sotto: Una scena del film