Susie Salmon è una ragazzina di tredici anni, vive felice con la sua famiglia, ama la fotografia, la bicicletta e il ragazzo inglese bello e sensibile che frequenta la sua scuola e le ha chiesto di uscire. I sogni e le aspettative di Susie sono però destinati ad infrangersi come bottiglie di vetro contro gli scogli: qualcuno la sta osservando, sta prendendo nota dei suoi spostamenti e dei suoi orari, pronto ad avventarsi su di lei.

L’ultimo film del neozelandese Peter Jackson (autore cult di splatter-movie girati in economia e serialità sul finire degli anni Ottanta, passato poi a kolossal faraonici come Il signore degli anelli e King Kong), è tratto dal fortunato e omonimo romanzo di Alice Sebold. Come questo vuol essere un percorso, in realtà assai accidentato, attraverso la dolorosa elaborazione del lutto per la perdita di un famigliare. Sfruttando l’artificio narrativo che già contraddistingueva il romanzo, il film mostra il dolore della separazione da un duplice punto di vista: quello della giovane Susie che da un aldilà mai così kitsch osserva (con calibrato ribaltamento dei ruoli rispetto alla prima parte del film) le mosse del suo assassino ancora impunito e quello della famiglia di lei, prossima all’andare in pezzi per il troppo dolore. L’effetto di questa doppia ambientazione è già di per sé straniante, le cose sono ulteriormente complicate da un continuo cambio di registri narrativi che Jackson, adotta qui come sua cifra stilistica, portando su e giù lo spettatore in un’altalena di stati d’animo contrastanti che alla lunga risulta estenuante.

Il film inizia come un thriller disturbato e inquietante, prosegue nel trip metafisico new-age, poi nel dramma psicologico famigliare, poi ancora nel poliziesco alla Dürrenmatt, e da ultimo sbraca senza ritegno nel finale, sorta di rovesciamento (che però lascia perplessi) dello stereotipo narrativo della “giusta vendetta”. Va detto che in questo esuberante pout-pourri di generi cinematografici, universi simbolici ed emozioni che troppo rapidamente mutano nel proprio opposto, non mancano i momenti di grande cinema. Uno su tutti la toccante sequenza in cui i genitori di Susie, provati nel corpo e nell’animo dal dolore per ciò che è successo, si riabbracciano mentre la sorellina, rapita da quel momento, non corre a fare ciò che tutti aspettano che succeda fin dall’inizio del film. Amabili resti però nel suo complesso non convince: questa insistita “poetica dell’inevitabile”, che inizia con la voce narrante di Susie che avverte di essere già morta e prosegue per tutto il film con esiti a tratti tragicomici, è meno profonda di quello che Jackson pensi, l’affastellamento confuso di idee e di sottotrame iniziate e lasciate a metà, compromette irrimediabilmente il patto con lo spettatore. E non bastano gli attori, tutti molto bravi (a partire dal geniale Stanley Tucci nel ruolo del serial killer) a risollevare una credibilità che si è persa da tempo.

Impossibile poi non pensare ad un film come Up, molto diverso, è ovvio, ma simile per la voglia di cimentarsi con tematiche poco concilianti come quella del lutto, del dolore, dei sogni infranti. Dal paragone balza agli occhi come i cambi di registro ci possano anche stare (anche nel film Pixar si passa con facilità dal pianto al riso, dall’avventura alla contemplazione), ma ad una condizione: che la risposta agli interrogativi che si è deciso di mettere in campo e che la forma e la materia del film veicolano, sia capace di parlare al cuore di chi ascolta. Altrimenti il gioco non vale la candela e se il cinema deve essere divertissement fine a se stesso allora meglio tornare a girare film splatter in cui almeno si può ridere dell’artificio cinematografico senza patemi.

Eliseo Boldrin