Ricostruendo una storia vera, a dire il vero non ancora conclusasi (il processo è ancora in corso), Nick Cassavetes (John Q., Le parole della nostra vita) gira un film molto duro e pressoché privo di speranza. Il contesto è quello lussuoso di un branco di ragazzi figli di cattive e benestanti famiglie alle prese con lo sballo quotidiano di chi deve sopravvivere alla noia della vita. Sesso, droga, alcol e violenza gratuita. E un omicidio che prima poi deve succedere. Del resto i ragazzi, vittime e carnefici al tempo stesso, scontano senz’altro le colpe di padri assenti o tossicodipendenti o spacciatori. Cassavetes, un po’ indeciso tra la docufiction e la fiction pura, (ma dietro questa scelta si nasconde anche la necessità di una storia vera che non è ancora terminata) prende le mosse da finte interviste per ripercorrere la vicenda di un gruppo di ragazzi ricchi ed emarginati che si fanno prendere la mano e, dopo averlo rapito, uccidono il fratello di un tossico che deve loro dei soldi.

Molto violento, pieno di volgarità giustificate in parte dal linguaggio scurrile dei ragazzi selvaggi, Alpha Dog, pur nella freddezza iperrealista della messa in scena, pone con forza un tema su cui il cinema americano sta dibattendo da qualche stagione a questa parte. Lo sfascio della famiglia e la conseguente mancanza di padri non può che generare non già “mostri” ma ragazzi che non hanno il minimo criterio di giudizio nell’affronto della realtà fatta eccezione per l’istinto violento. E’ questo che più colpisce di Alpha Dog, vera e propria fotografia senza compiacimenti di un bel pezzo della moderna gioventù: che questi ragazzi in perenne lotta per la propria affermazione contro il mondo finiscono per distruggere tutto, loro stessi per primi, senza nemmeno la consapevolezza piena delle proprie colpe e del proprio male.

Simone Fortunato