È firmato dal regista Andrew Stanton, ma ormai gli appassionati di animazione sanno che dietro i grandi film della Pixar c’è il regista-sceneggiatore-produttore John Lasseter. Già autore dei formidabili Toy Story (con sequel), Bug’s Life e Monsters & Co., c’è ancora il suo zampino – ne è il produttore esecutivo, come di tutto ciò che si crea nella sua Pixar Animation – nel nuovo gioiello di una casa di produzione che in pochi anni ha rivoluzionato il settore “animazione” (e ha salvato negli ultimi anni la Disney dal declino, regalando linfa vitale al colosso, con cui ha stretto un’alleanza dorata, che di recente aveva realizzato solo brutti film, da Dinosauri ad Atlantis).

Se nel precedente, straordinario Monsters & Co. gag, avventura e velocità si mixavano a una tenerissima storia di amicizia tra potenziali “estranei”, faceva però capolino il tema della paternità che in Alla ricerca di Nemo è centrale. È una paternità sorprendentemente sofferta, quella raccontata da Lasseter e soci. Il film, pur divertentissimo come da tradizione Pixar – con battute e citazioni (da Shining a Psyco), troppo sofisticate per i bambini, che godono solo dell’avventura, ma in grado di far sbellicare gli adulti – si apre infatti con una tragedia che rende vedovo il pesce pagliaccio Marlin e orfano prima di nascere il piccolo Nemo. Il rapporto tra i due è commovente e conflittuale: dopo un diverbio, il pesciolino grida il suo odio al padre e scappa via. Finirà in pericoli che non si immaginava nemmeno. E costringerà il padre a vincere tutte le sue paure (affrontare l’immenso e temibile Oceano) per cercare il “figliol prodigo”.

Film per genitori, più ancora che per bambini (che comunque lo apprezzeranno, e molto), Alla ricerca di Nemo è forse il più bel film d’animazione dell’era moderna, ma compete e può battere anche gran parte dei classici. Lasseter, infatti, è ormai l’unico vero erede di Walt Disney e i suoi film si possono paragonare ai primi del grande maestro: ma dietro, quasi sempre, c’erano fiabe consolidate (da Cenerentola a Biancaneve, ecc.), mentre alla Pixar si inventano storie semplici e geniali a un tempo. E Lasseter, al contrario di “zio Walt”, ha uno sguardo di positività totale alla vita. Le sue storie non finiscono con un “e vissero felici e contenti” di maniera un po’ ipocrita, ma non nascondono – neppure nel lieto fine – la fatica del vivere: ricordate Toy Story, con i nuovi amici Buzz e Woody che alla fine si trovano a solidarizzare spaventati per il nuovo giocattolo nemico? Così, in Nemo, il padre riconquista il figlio ma deve soffrire mille paure nel vederlo andar via a scuola: lo ritroverà, insomma, quando accetterà di perderlo, comprendendo che non è cosa sua.,Ma tutto il film è intessuto di profonda umanità. Prendete ad esempio il dialogo tra Marlin e l’amica svampita e smemorata Dori che lo aiuta nelle ricerche: “Gli avevo promesso che non gli sarebbe successo mai niente” dice il pesce padre. “Un po’ bislacca come promessa” risponde saggia l’amica. E ancora Dori, che nel suo candore non solo gli ripete “Fidati! Gli amici si fidano”, ma gli confesserà in modo commovente, dopo l’ennesimo battibecco: “Quando ti vedo mi ricordo le cose… Io non voglio dimenticare!”.

Insomma, una grande sceneggiatura (basterebbero le sedute del gruppo di squali che cercano di smettere di mangiare pesci, oppure la sequenza dei pesci che si tramandano la storia del papà di Nemo e del suo coraggio), ma soprattutto una grande storia. Che forse vincerà le residue resistenze di tanti che si ostinano a considerare l’animazione un “affare” per bambini.

Antonio Autieri