Alla 77ma edizione della Mostra del Cinema di Venezia, in programma dal 2 al 12 settembre, è stato presentato oggi in concorso il film Pieces of a Woman. Questa la storia: Martha (Vanessa Kirby) si appresta a partorire in casa; con lei ad assisterla, il suo compagno Sean (Shia LaBeouf ) e l’ostetrica. Sembra che la neonata sia in salute, ma purtroppo non sopravvive. Da quel momento la coppia entra in crisi: Martha si chiude in sé stessa e non risponde sia alle sollecitazioni di Sean che a quelle della sua famiglia, specialmente sua madre (Ellen Burstyn). Quest’ultima – anche se animata dalle migliori intenzioni – spinge perché figlia e genero portino in tribunale l’ostetrica, combatte l’apatia della figlia, continua a intromettersi negli affari della coppia, incrementandone i problemi. Il film del regista ungherese Kornél Mundruczó, prodotto in Canada, è un’opera significativa che mette una famiglia di fronte alla tragedia, mostra come reagiscono i suoi componenti, scavando anche nel passato della generazione precedente. Duro nel rappresentare il dolore, non fa sconti a nessuno nel mostrare come l’affetto familiare possa procurare danni pari a quelli che capitano e non si possono combattere. Tuttavia, se non il tempo, la ragione può aiutare a capire quando si fanno scelte sbagliate, e fermarsi in tempo, prima di causare altro dolore. Ben interpretato da Vanessa Kirby e Shia LaBoeuf (che sembra tagliato su misura per i ruoli meno empatici), girato per quadri temporali scanditi dalla costruzione di un ponte cui lavorava Sean, il film può contare anche su una bella colonna sonora di Howard Shore. (Beppe Musicco)

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Un piccolo mattonificio, solida garanzia economica per decine di famiglie iraniane, sta per chiudere definitivamente i battenti. La concorrenza spietata e il radicale cambio di richiesta del mercato non garantiscono più i guadagni sufficienti per andare avanti, così sarà il sorvegliante Lotfollah a essere incaricato di raccogliere tutti i dipendenti per dare il doloroso annuncio. Attorno a questo momento topico ruota tutto The Wasteland (presentato nella sezione Orizzonti), film in bianco e nero diretto dal regista iraniano Ahmad Bahrami, che esplorando le varietà culturali – con uno sguardo sulle annose rivalità etniche – affronta i temi delle relazioni umane (famigliari, lavorative, amorose) attraverso una caratterizzazione essenziale, ma ben centrata, dei suoi protagonisti. I personaggi forti sono infatti numerosi, perché ciascun soggetto appartenente a questa piccola comunità contribuisce alla costruzione del totale, dando un apporto tanto alla storia collettiva di un popolo (e delle sue minoranze) quando alle sotto-trame nelle quali si sviluppa la narrazione principale. Collante tra tutti queste piccole soggettività è Lotfollah, supervisore della fabbrica che si divide tra il suo lavoro, svolto in modo meticoloso, e il suo amore per Sarvar, una donna sulla quale girano voci poco lusinghiere. Avanzando per flashback che reiterano il momento dell’annuncio della chiusura della fabbrica, The Wasteland esplora tutte le prospettive dei suoi personaggi in maniera raffinata, evidenziando i drammi dei singoli con uno sguardo benevolo e mai giudicante, anche quando tutt’altro che positivi risultano essere le azioni da loro compiute. Al di sopra di tutto un rapporto amoroso che riesce a mantenere viva la fiamma di solidarietà e compassione che caratterizza Lotfollah, come a dire che l’amore donato gratuitamente agli altri ha alla base un amore profondo di cui si è stati innanzitutto destinatari. Nel complesso il film risulta incredibilmente denso, di certo impegnativo per le questioni complesse che affronta, e che di certo ci avrebbe guadagnato sul piano della godibilità se qualche lungaggine – soprattutto nelle narrazioni delle singole storie, più che del totale – fosse stata evitata. Peccati venali, per un film comunque di spessore e che forse avrebbe meritato la partecipazione al concorso principale. (Letizia Cilea)

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Una storia tanto vera quanto bizzarra è alla base della commedia britannica The Duke, presentato fuori concorso. Il settantenne Kempton Bunton, aspirante drammaturgo e re delle cause perse, vive in un paesino fuori Newcastle insieme alla moglie e al figlio minore. Una serie di eventi lo portano ad appropriarsi di un famoso quadro della National Gallery, il “Duca di Wellington” di Francisco Goya, e a chiedere un ingente riscatto da versare interamente in beneficienza. Roger Michell, già regista di Notting Hill, confeziona una commedia frizzante e allo stesso tempo classica, abile nel ricreare le atmosfere Anni 60 grazie a musiche, ambientazioni e montaggio. La scrittura è spiritosa e brillante, ottimamente interpretata sia da volti freschi come Matthew Goode e Fionn Whitehead (che ha esordito con il Dunkirk di Nolan), sia da attori del calibro di Helen Mirren e Jim Broadbent, qui nei panni di moglie e marito: il brio genuino della coppia la avvicina allo spettatore, consegnandogli un realistico quadro di famiglia. The Duke è un piacevole ritrovamento della commedia all’inglese, divertente e acuta, capace di toccare anche tasti dolenti della vita sociale o famigliare attraverso un approccio concreto e niente affatto retorico. (Roberta Breda)

Letizia Cilea e Roberta Breda a Venezia ci parlano di Pieces of a Woman e di altri film alla Mostra:

Nella foto: Vanessa Kirby e Shia LaBeouf in Pieces of a Woman del regista ungherese Kornél Mundruczó