Recuperiamo una serie di recensioni di film del concorso ufficiale di Venezia 77, oltre ad altri titoli di altre sezioni della Mostra del Cinema (in programma dal 2 al 12 settembre): ecco cosa ne pensano i nostri inviati al Lido.

Tra i migliori film in concorso di questa edizione, finora, c’è l’iraniano Sun Children. Alì, un ragazzino sveglio, capeggia un gruppo di coetanei che vivono e trafficano per le strade di Teheran. A dirgli cosa fare e rubare è il signor Hashem, un anziano criminale che conosce bene il territorio e che convince Alì che c’è un’anfora piena di antiche monete nascosta in un condotto fognario che passa sotto una scuola. Il ragazzo e la sua squadra dovranno iscriversi alla scuola, arrivare nel seminterrato per poi giungere al “tesoro”. La “Scuola del Sole” è un’istituzione privata che vive di donazioni, dedicata proprio al recupero dei ragazzi di strada, ma non per questo il compito sarà più facile. Majid Majidi, già autore de I bambini del cielo, racconta una storia di ragazzi abbandonati a se stessi, ma non per questo privi di speranza. La possibilità intravista frequentando la “Scuola del Sole” e conoscendo un insegnante buono e coscienzioso sono la chiave di un film che, anche se può avere qualche richiamo, è decisamente privo di un finale felice alla Dickens, ma non per questo è meno coinvolgente. Le scene nel tunnel, le fughe nella metro per evitare la vigilanza, la difesa dei più piccoli dalle prepotenze, mostrano la straordinaria capacità dei giovani attori e il realismo dell’allestimento, che rendono ancora più incisiva una vicenda che richiama felicemente il miglior neorealismo. (Beppe Musicco)

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Altro film del concorso è Dear Comrades! dell’ultra ottantenne Andrei Konchalovsky che riapre una pagina, sconosciuta all’Occidente, della storia sovietica: nel 1962 gli operai delle fabbriche di Novocerkassk, una zona vicina al Mar Nero, scesero in sciopero per protestare contro il taglio dei salari e il contemporaneo aumento dei prezzi dei generi di prima necessità, arrivando in corteo e assediando la sede locale del partito. Su ordine dell’allora segretario dell’URSS Nikita Kruscev, fu mandato l’esercito per ristabilire l’ordine: 26 persone rimasero sul selciato, altre 87 furono ferite e centinaia arrestate, ma di questo nessuno seppe niente, né in patria né tantomeno all’estero, fino alla caduta del regime. Il film, girato in uno splendido bianco e nero e in formato 4/3 per ricreare l’atmosfera del tempo, è la storia di Lyudmilla: una donna, dirigente locale del partito, divisa tra la nostalgia per l’ordine e le certezze del periodo staliniano, e l’affetto per la figlia operaia coinvolta nello sciopero che scompare durante la repressione. Il desiderio di aderire a tutti costi alle direttive del partito, che considera tutti gli scioperanti come delinquenti, non può non fare i conti con l’evidenza della feroce e immotivata repressione, trascinando la donna in una profonda crisi, rappresentata con intensità da Yulya Vysotskaya, splendida nel suo furore e dolore. (Beppe Musicco)

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Ancora concorso. La cineasta polacca Malgorzata Szumowska concorre a Venezia per il Leone d’oro con Never gonna snow again. In un complesso residenziale, tra vite racchiuse in ville bianche come la neve e tutte perfettamente identiche, arriva il misterioso Zhenya, un giovane massaggiatore di origini ucraine. Che si tratti di un guaritore, di un ciarlatano o di un figlio radioattivo di Chernobyl, come scherza qualcuno, quel che è certo è che la comunità si rivolge a lui speranzosa, cercando una terapia per ogni sorta di ferita. Scritto e diretto dalla Szumowska insieme a Michal Englert, il suo storico direttore della fotografia, questo dramma onirico si distingue da subito per una messa in scena curata, abile nel ritrarre la cornice algida e sofisticata di un grande vuoto esistenziale. Di straniante eleganza è anche l’interpretazione di Alec Utgoff (volto riconoscibile grazie all’ultima stagione di Stranger Things), che si rivela essere un aggraziato ballerino. Ci sono deliberate citazioni al cinema di Tarkovskij nel film polacco, che rischia però di mischiare troppo le carte della storia e dei generi, per condurci poi alla spiazzante previsione finale: tra quattro anni, in Europa, cadrà l’ultima neve. (Roberta Breda)

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Quarto titolo del concorso per questa puntata del nostro reportage. In un’America rurale al finire dell’800 due coppie vivono, a pochi chilometri di distanza, vite dettate dal ciclo delle stagioni e dalle fatiche della campagna. Abigail e Dyer hanno appena perso una bambina per difterite, mentre Tally e Finney soffrono la mancanza di figli che possano riempire un matrimonio infelice. Con la scusa di una semplice visita di cortesia al vicinato, Tally e Abigail si incontrano per la prima volta. Tra le due nascerà subito un’affinità fuori dal comune, dettata dalla condivisione di passioni e da una comune visione del mondo e delle relazioni affettive. Il rapporto, che si fa presto molto intenso, viene ostacolato dai rispettivi mariti, interpretati da Casey Affleck e Christopher Abbott, i quali fagocitati dai propri doveri e da un’incapacità di comprensione del reale sembrano ciechi alle necessità – d’amore e affetto, innanzitutto – delle rispettive mogli. Il tratto narrativo con il quale si delinea una percezione tutta al femminile della coppia e più in generale dei rapporti amorosi è ben definito e spesso toccante, complice le belle prove di Vanessa Kirby e Katherine Waterstone; se alcuni passaggi fondamentali nello sviluppo della narrazione risultano talvolta frettolosi, efficace resta la resa delle atmosfere e la chimica tra le due protagoniste, desiderose di trovare non un amore libero da doveri e responsabilità, ma una sostanziale e assoluta accettazione della propria essenza di essere umano. Perfettamente azzeccate risultano in tal senso alcuni dialoghi tra le due, evidentemente adattati dal racconto di Jim Shepard cui il film s’ispira, che mai però risultano didascalici o eccessivamente letterari, donando piuttosto un tocco di poeticità perfettamente adeguato al contesto. Nonostante la regista Mona Fastvold non abbia forse aggiunto nulla di davvero nuovo al panorama cinematografico dei film dello stesso genere, The World to come rimane tutto sommato un’esplorazione onesta e convincente delle dinamiche umane e intime generate a partire dai rapporti amorosi. (Letizia Cilea)

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A Venezia, fuori concorso, viene presentato anche il debutto alla regia dell’attrice premio Oscar Regina King (vinse questo e altri riconoscimenti nel 2109 per la performance in Se la strada potesse parlare). Si tratta di One night in Miami, ambientato nella notte del 25 febbraio del 1964. Il pugile Cassius Clay è appena diventato campione mondiale dei pesi massimi e si prepara a festeggiare l’inaspettato successo con tre amici: il militante Malcolm X, il cantante Sam Cooke e il giocatore di football Jim Brown. I quattro non avranno timore nel mettere alle corde la loro amicizia per chiedersi in che modo affrontare le proprie responsabilità sociali. L’esordio di Regina King è un dramma riuscito, che permette a quattro grandi personalità di tenere un incontro sulle loro convinzioni, pochi giorni prima che Malcolm X venga ucciso e che Clay annunci al mondo la propria rinascita come Muhammad Alì. Ottime le interpretazioni principali, che restituiscono con vivacità le differenze caratteriali dei protagonisti. Il film, purtroppo, va incontro anche ai limiti di un adattamento da un’opera teatrale, dove i lunghi dialoghi sono il perno della narrazione. Il merito della regista, però, sta anche nella capacità di creare intermezzi di azione che spaziano oltre allo spazio angusto di una stanza d’albergo, regalandoci qualche minuto sul ring insieme al grande Cassius Clay. (Roberta Breda)

Nella foto: Sun Children, diretto dall’iraniano Majid Majidi

Nel video: Beppe Musicco e Roberta Breda parlano tra gli altri di Sun Children,