Ha sfidato il potere con le parole, ovvero con prediche che infiammavano il popolo e gli infondevano coraggio contro criminali e prepotenti. Con le opere, ovvero educando bambini e ragazzini non solo alla legalità ma anche a un rapporto sereno con se stessi e la vita. E gli stessi ragazzini che all’inizio vediamo selvaggi e bradi – nella prima scena alcuni di loro danno alcuni gattini in pasto a cani da combattimento… – alla fine verranno conquistati dal suo esempio. Ma alcuni segnali fanno temere che in quella squallida realtà (dove si festeggiò con i caroselli di motorini perfino l’omicidio di Giovanni Falcone) dopo la sua morte tutto riprenderà come prima.,Il film di Roberto Faenza – regista che per una volta non parte da un’opera letteraria, apprezzato dal pubblico dei film “d’autore” ma mai convincente fino in fondo a parte il bel “Jona che visse nella balena” – è del genere nobile e utile: a 12 anni dalla morte, la figura di don Puglisi rischiava già di essere dimenticata, soprattutto fuori da Palermo. Il suo ruolo di educatore di ragazzi e bambini sbandati e violenti, già al soldo della mafia che li utilizzava per lavoretti e li addestrava alla criminalità, è la parte più bella del film, perché la più antiretorica, basata com’è sul suo sguardo di affettuosa complicità con i piccoli palermitani del quartiere Brancaccio e sulla prova da grande attore di Luca Zingaretti, finalmente restituito al cinema (dove si rivelò in una parte da eccezionale cattivo quasi dieci anni fa, ovvero in “Vite strozzate” di Ricky Tognazzi, per poi essere praticamente dimenticato) dopo anni di esclusiva fiction tv.,Detto delle note positive, non si possono nascondere le lacune di “Alla luce del sole”, anche se dispiace infierire su un’opera onesta e decorosa, che oltre tutto mostra con laico rispetto la figura di un prete, per una volta non macchiettizzato dal cinema “progressista” italiano e neppure reso un ribelle delle gerarchie ufficiali. Però non mancano lo stesso i clichè, nelle figure dei mafiosi, una galleria di truci figuri con grottesco ghigno da sceneggiato televisivo minore. Come televisivo è il ritmo, che spegne qualsiasi pathos (incredibile che non si soffra quasi per la sua sorte: molto meglio, come tensione drammaturgica, la recente ed eccellente fiction su Paolo Borsellino), se si eccettua il bel finale in cui uno dei bambini più difficili e violenti lo “vede” dopo la sua morte e lo saluta con le lacrime agli occhi.,Soprattutto, risulta sfocata la dimensione religiosa di don Puglisi che, al pari dell’amica suora e del giovane amico diacono, sembrano insegnanti di educazione civica o volontari di un’organizzazione umanitaria invece che preti e suore; come nell’imbarazzante scena in cui don Pino e la suora si raccontano come sono arrivati alle rispettive vocazioni: uno per restituire qualcosa agli altri, l’altra per avvicinare la realtà ai sogni… Gesù Cristo? Mai nominato.,Antonio Autieri,