Produzione cinematografica sofferta e stentata fin dalle origini, il biopic sulla leggenda del rap Tupac Shakur nasce nel 2011, in previsione del ventennale dalla morte dell’artista, che sarebbe stato celebrato cinque anni dopo. Supervisionato dalla madre Afeni Shakur, che avrebbe dovuto tutelare l’immagine del figlio, il progetto paga sin da subito una serie di problematiche finanziarie e divergenze creative, che portano Antoine Fuqua – dopo la morte di Afeni nel 2016 – ad abbandonare la regia, affidata poi a Benny Boom, fino ad allora regista di videoclip e con pochissima esperienza su lungometraggi alle spalle.
La narrazione parte direttamente dalla nascita travagliata dell’artista e ci accompagna fino alla sua misteriosa morte: figlio di un’attivista delle Black Panther ed educato in nome di quella giustizia sociale e antirazziale che sarà poi protagonista delle sue rime, Tupac occupa la scena per ben 139 minuti di film senza mai dominarla, proponendo allo spettatore una serie di sviluppi narrativi che non diventano mai emotivi per il protagonista e che si susseguono sullo schermo restando però fine a se stessi. È più una pagina di Wikipedia recitata su schermo che una storia, quella che Boom tenta di mettere in scena, peraltro affetta da una serie di difetti tecnici di regia e di scrittura che rendono il film incredibilmente piatto e privo di ritmo; persino i personaggi più importanti vengono banalizzati, definiti in relazione all’evento che li coinvolge nella vita del rapper senza mai trovare un vero approfondimento neanche in quelle tematiche che avrebbero potuto dare una svolta al film: il valore dell’amicizia, della vita e della famiglia, la lealtà al proprio lavoro e l’amore per la cultura afroamericana restano solo uno scarso e poco gustoso contorno. Insufficiente per dipingere una figura che coinvolga empaticamente lo spettatore, il film spreca un’occasione d’oro, gettando superficialmente su schermo la storia di un personaggio fondamentale per la storia del rap degli anni 80 e 90 e che tanto invece avrebbe potuto offrire al mondo della settima arte.

Letizia Cilea