L’equipaggio dell’astronave Covenant sta solcando lo spazio profondo per raggiungere Origae 6, un lontano pianeta da colonizzare. In stiva ci sono duemila esseri umani ibernati e una miriade di embrioni, che dovranno porre le basi per un nuovo rilancio della specie umana lontano dal nostro mondo. Sette anni – tanti ce ne vogliono per raggiungere la “terra promessa” – sono un periodo lungo, sia pure da trascorrere quasi tutti in sonno criogenico. E, nonostante su tale sonno vigilino l’intelligenza artificiale dell’astronave (chiamata “Mother”) e il sussiegoso androide Walter (Michael Fassbender), gli esploratori stellari non muoiono dalla voglia di tornare a dormire in quelle capsule, da quando uno di loro vi ha già perso la vita per le conseguenze di un incidente. Il capitano della spedizione (Billy Crudup), che ha già qualche problema di autostima e autorevolezza, decide allora di ignorare il protocollo e unirsi alla maggioranza della sua squadra, propensa a seguire un segnale radio di chiara matrice umana proveniente da un pianeta molto più vicino. Nonostante il disaccordo del secondo ufficiale, la malinconica vedova Daniels (Katherine Waterston), la Covenant traccia una nuova rotta.

Alien: Covenant è ambientato dieci anni dopo i fatti di Prometheus (2012), con cui Ridley Scott, regista del primo Alien (1979) aveva deciso di riprendere in mano quell’universo narrativo ed espanderlo – questa è la sensazione – secondo l’andazzo che da Star Wars in poi, passando per i supereroi tratti da serie a fumetti, sta diventando nel mondo dell’intrattenimento nordamericano una pratica sempre più estesa e ormai irrinunciabile. Ieri c’erano gli “autori”, ognuno con il suo stile e la propria visione del cinema (così la serie storica di Alien, affidata dopo che a Scott a James Cameron, David Fincher e Jean-Pierre Jeunet, reinterpretava lo stesso soggetto secondo l’approccio di ognuno). Oggi, invece, c’è una mente centrale che sovrintende una catena produttiva percorrente tutti i media ed eccedente i confini del film: per Covenant, per esempio, sono state girate appositamente delle scene che non si trovano nella versione in sala ma facenti parte della campagna virale di marketing che sui social ha avuto la sua cassa di risonanza (così si spiega, per esempio, nel casting di queste scene “extra”, la presenza di una celebrità come James Franco, nonostante nel film faccia poi una comparsata poco più che fugace).

In tutto ciò il film stesso – paradossalmente – perde d’importanza perché può permettersi di non brillare di luce propria. Ridley Scott ci mette tutta la professionalità di cui è capace e Covenant è una macchina spettacolare non priva di efficacia, dove la messa in scena sontuosa, gli ottimi effetti speciali, le scene d’azione e di tensione girate magnificamente garantiscono solidità. Soggetto e sceneggiatura (di Dante Harper, John Logan, Michael Green e Jack Paglen) abbandonano definitivamente gli intrighi economico-militari dei primi episodi della saga (l’idea di usare i mostri come armi biologiche non convenzionali) e si spinge sempre di più, seguendo proprio la scia di Prometheus, sul sentiero filosofico. Se quel film si concludeva con il duo di protagonisti lanciati nello spazio alla ricerca dei creatori del genere umano, Covenant si concentra sulle possibilità stesse – da parte dell’uomo e delle intelligenze artificiali da lui concepite – di intervenire sulla natura per giungere, esperimento dopo esperimento, a risultati sempre più complessi e perfetti, in cui alla fine la natura e la tecnica sempre più “evolute” possono anche fare a meno dell’uomo stesso.Manca, però, totalmente, un autentico alone misterioso e quel rabbrividente senso dell’ignoto che faceva del primo Alien un vero capolavoro. La pista narrativa, poi, è stata battuta troppo a lungo per non essere ormai largamente prevedibile. Il romanzo neo-gotico che ripete i difetti degli horror adolescenziali non funziona più: impossibile credere ancora a personaggi così sciocchi da entrare disarmati nella stanza buia, mettere il naso nell’anfratto sperando di uscirne vivi, appartarsi dicendo “torno subito”, senza pensare alle già logore prese in giro di tutti questi luoghi comuni. Neanche il terribile alieno, all’ennesima apparizione, fa più paura, e le scene splatter – per quanto raccapriccianti –  non possiedono la forza, né estetica né simbolica, della prima volta.

Ricercate citazioni pittoriche, cinematografiche, musicali e letterarie, ammannite a profusione, dovrebbero conferire alla pellicola una certa eleganza, così come i dialoghi altisonanti sul senso di grandezza e di caduta di cui l’uomo è capace (che tematicamente fanno pensare, più che ad Alien, all’altro immenso capolavoro di Scott: Blade Runner). Eppure s’insinua il dubbio che tutti i discorsi sulla creazione del mondo e il continuo interrogare gli astri e la storia dell’ingegno umano alla ricerca di una scintilla divina, si concludano in un paganeggiante inno al nichilismo, in cui a essere celebrato è proprio il male, capace continuamente di mutare forma, rigenerarsi e trovare sempre nuove strade per “infettare” la realtà. Ne è testimonianza la sostituzione, di episodio in episodio, dei protagonisti umani, via via più anonimi e sacrificabili (come in un modesto B-Movie), lì dove nella serie storica tornava il personaggio di Ellen Ripley (interpretata dalla grande Sigourney Weaver), capace di incredibili eroismi fino al sacrificio massimo.

Raffaele Chiarulli