Claudio Giovannesi tenta il passaggio dal documentario al film di finzione senza però abbandonare i protagonisti della sua precedente opera Fratelli d’Italia che qui invece “recitano” (ma forse la parola è a sproposito) nella parte di se stessi. L’egiziano Nader (è lui l’Alì della poesia di Pasolini che il titolo omaggia ma l’effetto poi è ottenuto con le lenti a contatto) e il suo amico romano Stefano, la sua fidanzata Brigitte, le loro famiglie e il mondo della periferia romana dove italiani e stranieri convivono senza mai mescolarsi davvero e, al di là delle differenze, condividono la stessa incomunicabilità generazionale sono i protagonisti di una storia fatta soprattutto di contraddizioni.,Nader in classe toglie il crocifisso dalla parete perché non rispetta la sua religione, ma in moschea il venerdì non va per non saltare la partita e in famiglia litiga per la sua fidanzata italiana, ma pure perché la sorella ha baciato il suo amico romano. Un quadro, o meglio, una serie di quadri, tutti fatti di contraddizioni insanabili, che però non sfociano mai in tragedia, anche quando potrebbero (Nader e l'amico Stefano durante una lite in discoteca accoltellano un rumeno e poi diventano l’obiettivo dei parenti inferociti e minacciosi), e che pur mostrando momenti di verità e un sincero desiderio di fotografare la realtà, finiscono per essere appunto solo questo, fotografie senza una vera storia a sorreggerle e senza un senso ultimo da veicolare.,Il cortocircuito tra finzione e realtà (Nader e Brigitte recitano se stessi nelle più prevedibili scene di vita familiare, ma anche nel momento della loro presunta prima volta) se da un lato dà al film il sapore di una presa diretta su un mondo che non siamo abituati a considerare, dall’altro, per mancanza di una struttura narrativa più solida, resta un oggetto difficile da interpretare. Sguardo di denuncia o semplice accumularsi del reale di fronte alla telecamera senza un fine dove correre? ,La macchina da presa pedina i personaggi nel loro vagare tra centro e periferie, alla ricerca di un posto dove dormire (Nader si rifiuta di tornare a casa visto che i genitori rifiutano il suo legame con Brigitte), soldi da recuperare (anche con il furto, all’occorrenza), vendette da fuggire; e i nostri occhi non si alzano mai oltre il loro orizzonte angusto, che non conosce ideali se non una certa tenerezza del sentimento. ,L’uso di attori-non attori e l’affidamento all’improvvisazione non sono automaticamente la via per il capolavoro autentico, e qui, invece, si traducono in uno spontaneismo non sempre riuscito e nel reiterarsi di situazioni e scene che hanno una loro verità ma mancano di un reale sviluppo. Emerge, oltre alla sostanziale incapacità delle famiglie di trasmettere qualche valore (o perché non li posseggono, o perché appaiono terribilmente anacronistici rispetto al contesto), l’irrilevanza dell’istituzione scolastica, che a sua volta né impone disciplina né offre un sistema culturale capace di accogliere e indirizzare.,Alla fine, Alì ha gli occhi azzurri, ha, per l’appunto, l’efficacia della fotografia. Ma se l’intento era andare oltre il documentario, a Giovannesi manca un elemento critico fondamentale che permetta di entrare davvero nella realtà, offrendo almeno un’ipotesi di giudizio.,Laura Cotta Ramosino