Un corpo di madre, accogliente e morbido, casalingo e forte. Questa è l'eroina di Alexander Sokurov, che nel 2007 ha presentato in concorso al 60° festival di Cannes, Alexandra, un film legato a una problematica attuale: la guerra in Cecenia. Un confronto con il presente che il regista russo aveva quasi sempre evitato, occupandosi di costruire la memoria del popolo russo attraverso personaggi esemplari (Tarkovski, Rostropovich), luoghi che attraversano il tempo (L'Hermitage de L'arca russa) e valori universali (la sua trilogia sulla famiglia). Adesso affronta i nostri giorni convulsi, che poco sembrano accostarsi al suo lento incedere, ma – ancora una volta – riesce a rompere ogni attesa elevando il soggetto a una rappresentazione allegorica. ,Una donna anziana sale su un carro di soldati, la conducono al campo dove incontra suo nipote, lì trascorrerà pochi giorni scambiando qualche chiacchiera con l'esercito e facendo amicizia con le donne del paese vicino. Il mondo della guerra è maschile, ci dice senza troppa retorica Sokurov, è un mondo dove una donna anziana è soltanto un peso ingombrante. Con le sue sottane, la scarsa agilità, i suoi mancamenti, il corpo della nonna sembra un impedimento, volto a rompere la routine dell'esercito, mettendo in ridicolo l'ottusità degli strumenti di guerra (dal carro armato al fucile) e gli ordini militari. Nel frattempo è lo spirito di Alexandra a risvegliare nei soldati la voglia della casa, della famiglia, di una vita fuori dai ranghi dell'esercito. “Voi vi siete abituati a stare qui!” urla l'anziana. Una preoccupazione che suona come un monito, forse non sufficiente a salvare le vite di quei ragazzi. La solidarietà nel film non è tra i soldati quanto piuttosto si manifesta nell'abbraccio finale tra Alexandra e le donne cecene: con loro avviene un incontro straordinario, in cui si ricostruisce una possibile unione in nome dell'umanità.,Daniela Persico,