Albert Nobbs è il maggiordomo perfetto: discreto, silenzioso, efficiente, è l’orgoglio dell’albergo dublinese dove lavora (siamo intorno al 1890). Ma Albert cela un segreto, in realtà è una donna che dall’età di 14 anni si veste da uomo, dopo essere stata traumatizzata in gioventù. Trovandosi una notte a condividere la sua camera con Hubert, un imbianchino, Albert viene scoperto; ma caso vuole che anche Hubert in realtà sia una donna, abbandonata dal marito e che ne ha preso le sembianze e il mestiere. Trovando qualcuno con cui aprirsi Albert (che non ha più neanche memoria del suo vero nome) confida il suo piccolo sogno borghese: risparmiare quanto basta per aprire una piccola tabaccheria e chiedere a una delle servette dell’albergo di sposarlo, per rendere ancora più decorosa la sua posizione. Tratto da un racconto pubblicato negli anni 20 del secolo scorso, il progetto di Albert Nobbs è da circa vent’anni un chiodo fisso di Glenn Close, che l’ha portato in teatro (vincendo anche un premio nel 1982) e ora al cinema, dove l’ha sceneggiato e prodotto (la direzione è invece affidata a Rodrigo Garcia, figlio dello scrittore Gabriel Garcia Marquez), oltre a esserne la protagonista assoluta. Tutti ne hanno esaltato la performance, magnificando la sua capacità di entrare in un ruolo maschile, al punto di essere stata nominata anche per un Oscar. La bravura della Close è fuori discussione, ma forse è proprio la sua grande notorietà a chiedere uno sforzo impossibile alla sospensione dell’incredulità: chiunque veda Albert Nobbs capisce fin dal primo momento che sotto la bombetta e la marsina c’è una donna, e per quanto il suo viso si atteggi a serietà e compunzione il risultato è una rigidità espressiva lontanissima dal risultato che si vuole raggiungere (e, per chi l’ha visto, anche dalla pietra di paragone di ogni maggiordomo cinematografico: Anthony Hopkins nello stupendo Quel che resta del giorno). Anche peggiore è l’imbianchino Hubert, che nonostante la sigaretta e le smorfie da duro verrebbe smascherata dopo pochi secondi (Janet McTeer è brava e ce la mette tutta, ma un’attrice con un petto meno evidente non c’era?). Il film naturalmente vuole evidenziare, con tutta la politically correctess possibile, la scandalosa condizione femminile nell’età vittoriana: i ricchi fanno il loro comodo, gli ospiti maschi dell’hotel approfittano del personale femminile, la cameriera che Nobbs vorrebbe chiedere in sposa (Mia Wasikowska) è incinta di un operaio dell’albergo, che non ha nessuna intenzione di sposarla, anzi, vorrebbe sfruttarla spingendola tra le braccia di Nobbs per denaro. L’unico rifugio sicuro sembra la nascosta convivenza tra donne. Ma a rendere poco plausibile e retorico il film è proprio la recitazione della protagonista che sembra far diventare tutto forzato e innaturale, almeno quanto la decisione di Albert Nobbs di corteggiare una ragazza senza mai cercare neanche di baciarla.,Beppe Musicco