Il film inizia con un Capodanno speciale, nella città cinese di Fenyang (dove ha trascorso l’infanzia il regista), un gruppo di giovani festeggiano sulle note di una canzone occidentale: “Go West” (lanciata dai Village People a fine anni 70, poi esplosa con la cover dei Pet Shop Boys degli anni 90). Una canzone programmatica, di chi vive in un piccolo centro e sogna una vita bella, allegra, libera, verso quell’Ovest di cui si iniziano ad ammirare i miti. Sono tutt’altro che rivoluzionari, quei giovani. Conosciamo la bella Tao, ragazza allegra e un po’ superficiale, contesa da due amici: Liangzi, umile e alla mano, è un modesto minatore e la ama sinceramente; Zhang, ricco e sfrontato, è ossessionato dal denaro e dal potere, anche sulle persone, e non ammette l’ipotesi che lei non ceda alla sua offerta di una vita splendida, fatta di ricchezza, macchine fiammanti, sogni facili da realizzare (e di facilissima presa, in quel contesto). L’amico è un ostacolo, da spazzare via (arriva a comprare la miniera per blandirlo, ricattarlo e poi allontanarlo da Tao). Lei sembra combattuta, ma in realtà solo perché non vuol perdere l’amicizia di Liangzi: sposerà Zhang e avranno un figlio, che chiameranno – un nome che è tutto un programma – Dollar… Ma poi assistiamo alle vicende del terzetto nel tempo, in altri due momenti: nel 2014, quando tante cose sono cambiate, e poi in un futuribile 2025, dove la storia si sposta addirittura in Australia. Due momenti in cui si inserisce nella storia proprio Dollar, prima bambino sballottato su un aereo per vedere la madre, poi dall’altra parte del mondo con il padre, con cui non si capisce letteralmente più: uno parla cinese, l’altro ormai si esprime solo in inglese (una scelta su cui aveva a suo tempo insistito proprio il genitore, per preparargli un futuro di successo). Che rapporto avere con il passato lontano, le proprie radici, la propria madre dimenticata?

Presentato in concorso al Festival di Cannes 2015 (non ricevette premi, tra lo scontento generale), il film di Jia Zhang-Ke è un crudo ma anche toccante affresco sulla rapida e violenta trasformazione della Cina nel giro di pochi decenni, su una gioventù – ma non solo, su un’intera società – ossessionata dal denaro e dai beni che assurgano a status symbol (l’auto lussuosa che conquista la donna, l’enfasi sulle qualità tecniche degli elettrodomestici nel negozio del padre di lei, il matrimonio in cui vengono regalati ai due sposi un iPhone ultimo modello) e dal sogno di una nuova era immaginata come ineluttabile e sul dolore per i desideri poi frustrati, con tre personaggi in diversa misura sconfitti dalla vita (e dei tre interpreti spicca la grande Zhao Tao, moglie del regista che ha recitato in quasi tutti i suoi film ma che abbiamo visto anche nel film italiano Io sono Li). Temi e spunti, in realtà, dalla portata universale, che Jia – tra i migliori autori del cinema cinese e internazionale – traduce in un film impegnativo e però anche dolce, acuminato nel mostrare le contraddizioni dei personaggi ma anche commosso nel non infierire su di loro, sempre attraverso le immagini (il formato “quasi quadrato” o meglio in 4:3, si allarga man mano nei successivi sempre più a tutto schermo), le inquadrature, i dettagli evocativi (i ravioli al vapore fatti a mano, simbolo di tradizione) che rendono inutili troppe parole. La scena del padre che usa Google Translate sull’iPad per tradurre cosa gli ha appena detto il figlio e la litigata successiva perché il traduttore – come noto – non è perfetto, rappresenta  meglio di tanto cinema cerebrale il tema dell’incomunicabilità e del rifiuto dei modelli paterni, da parte di un figlio che si chiama Dollar ma evidentemente a un certo punto ha iniziato a prendere una strada ben diversa (mentre la scelta di legarsi a una professoressa ben più anziana di lui sembra avere a che fare con il desiderio di riscoprire la figura materna ormai persa da tempo). Mentre l’uomo che si era cambiato nome scegliendo un occidentale Peter, troppo tardi vorrebbe imporre al figlio un rispetto per le tradizioni che suona retorico e vano. Notevole anche l’uso di musiche e canzoni, utilizzate sempre a proposito: proprio le note di “Go West”, che aprivano il film con una scena di illusioni gioiose, risuonano struggenti in un finale di solitudine davvero toccante.

Antonio Autieri