Air – La storia del grande salto si svolge nel 1984. Nella sede della Nike – dove il reparto dedicato al basket è in crisi, battuto da Adidas – Sonny Vaccaro ha il compito di trovare una star da mettere sotto contratto per lanciare le vendite. Il manager punta tutto sul giovane fenomeno Michael Jordan. Ci sono però alcuni ostacoli: convincere il Ceo Phil Knight, il direttore marketing Rob Strasser e trovare almeno 250mila dollari. Inoltre, bisogna fare breccia nella perplessità della madre del campione e soprattutto in quelle di Jordan che non ne vuole proprio sapere della Nike…
Scritto da Alex Convery, Air – La storia del grande salto è diretto da Ben Affleck, al suo quinto film dietro la macchina da presa, che torna su ottimi livelli registici a undici anni da Argo e a sette dal meno riuscito La legge della notte. Il film è la storia di un’ambizione, di un sogno e del rischio che seppe prendersi Sonny Vaccaro (Matt Damon come sempre bravo, e ingrassato per ragioni di copione), mettendo a repentaglio il suo lavoro e quello dell’intero team basket della Nike. Quello di Damon è il personaggio principale, un uomo che forse ha rinunciato a tutto ma è testardo e tenace e, rispetto ai suoi colleghi, ama il basket e conosce tutto dei giocatori e dei loro talenti. Air si dipana come un vero gioco di squadra che vede coinvolti anche Phil Knight (Ben Affleck) e Rob Strasser (Jason Bateman); un team che nasce poco a poco, non senza tensioni e conflitti, e che vede coinvolto anche il geniale disegnatore della scarpa Air Jordan, Peter Moore (Matthew Maher). La sceneggiatura è il punto di forza del film; dialoghi serrati mai banali, dal ritmo molto alto come in una partita di basket. Vediamo sempre in azione i personaggi e solo con tenui pennellate capiamo qualcosa di loro anche al di fuori dell’ufficio. Momenti intensi sono anche quelli che vedono confronti mai banali tra Sonny e David Falk (Chris Messina), l’agente di Jordan e soprattutto quelli con la carismatica madre di Michael cui dà volto una perfetta Viola Davis. Da non perdere il discorso di Sonny per provare a convincere Michael e il suo entourage. Tocco registico: Jordan non si vede mai se non di spalle e non dice una parola; le uniche scene in cui appare sono immagini di repertorio. La storia del grande salto è perfettamente calata negli anni 80. Nelle scene iniziali del film scorrono immagini d’epoca su fatti e personaggi salienti di quegli anni. Ottima la colonna sonora; tra gli altri in sottofondo sentiamo “Time after Time” di Cindy Lauper, “Born in the Usa” di Bruce Springsteen e “Money for Nothing” dei Dire Straits.
La mano di Ben Affleck è precisa, guida bene tutti gli interpreti che sono decisamente affiatati e avvolge lo spettatore in un film che, se vogliamo, è anche la trasposizione del sogno americano, perché l’accordo che alla fine venne siglato tra il fuoriclasse e la Nike non solo ha scritto la storia dal punto di vista commerciale facendo arricchire a dismisura tutti i protagonisti, ma ha anche avuto importanti ricadute sociali perché parte dei proventi miliardari dati dalla vendita delle scarpe Air Jordan sono stati investiti in fondazioni che hanno aiutato ragazzi in difficoltà economica. Il film è molto godibile, con un cast assolutamente in parte e al servizio della sceneggiatura. Un film così americano, saprà attirare l’interesse anche del pubblico europeo?
Stefano Radice
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