Dopo Michael Cimino, è morto lunedì 4 luglio un altro regista amato dai cinefili: l’iraniano Abbas Kiarostami. Malato da mesi, è deceduto a Parigi doveva viveva da tempo. La scomparsa di un grande personaggio del cinema – meno “chic”, ma per noi è una sofferenza altrettanto grave e personale la perdita di Bud Spencer – o di un grande autore, anzi un “maestro”, lascia sempre dolore e un senso di vuoto. Ma è spesso anche occasione di riflessione. In questo caso, al di là delle comprensibili attestazioni di stima, ci viene da domandarci: oggi un giovane cinefilo cosa conosce di Kiarostami, che ebbe il suo momento di massima notorietà anche in Italia tra la metà e la fine degli anni 90 e poi un lento ma indiscutibile appannamento? Guarda caso quando preferì abbandonare l’Iran, per evitare la censura del regime: a volte le costrizioni rendono più creativa l’arte, come dimostra il caso del suo allievo Jafar Panahi che continua a girare film di nascosto nonostante e carcerazioni e divieti. Soprattutto ci chiediamo: oggi un autore come Kiarostami riuscirebbe a farsi notare in Italia? Con molta più fatica. Perché il pubblico è cambiato, quindi peggiorato? Perché il “mercato” non lo consente più? O anche perché la vivacità creativa di chi proponeva, da diversi ruoli, quel tipo di cinema è molto inferiore o assente? In ogni caso, c’è da augurarsi che tali scomparse (anche quella di Cimino: a malapena passa in tv, tra i suoi film, Il cacciatore) siano occasioni di una riproposta e di una riscoperta, ma non è certo facile.

Nato a Teheran nel 1940, Abbas Kiarostami fu fotografo e pittore prima che regista, e si avvicinò al lungometraggio dopo oltre 150 corti, che guardavano al neorealismo italiano, sua fonte di ispirazione. Se Il viaggiatore (1974) mostra già la sua poetica e lo sguardo sui bambini che diventerà quasi un marchio di fabbrica (con il piccolo protagonista che fa di tutto per andare a vedere una partita di calcio, salvo addormentarsi prima dell’inizio), dopo alcuni documentari il primo film che fece conoscere l’autore in giro per il mondo è Dov’è la casa del mio amico? (1987), toccante vicenda in cui un bambino cerca di riportare un quaderno a un compagno di classe senza sapere l’indirizzo di casa: una ricerca che si scontra con l’indifferenza dei “grandi”. Segue il vertiginoso Close Up (1990: su cui anni dopo Nanni Moretti girò lo strepitoso corto Il giorno della prima di Close Up sulle sue angosce tra gestore di un cinema d’essai), che tra documentario e fiction raccontava di un disoccupato che si fa passare per l’altro grande regista iraniano, Mohsen Makhmalbaf, imbrogliando una famiglia presso cui si introduce; con tanto di arresto, processo, incontro con il vero Makhmalbaf… Non meno vertiginosi i due film successivi, che compongono una trilogia insieme a Dov’è la casa del mio amico?: E la vita continua (1992), in cui dopo un terribile terremoto che ha devastato i luoghi dove fu girato quel film un uomo cerca i ragazzini che recitavano la parte dei protagonisti; e Sotto gli ulivi (1994), in cui un uomo e una donna recitano una coppia di innamorati nel film precedente, ma mentre l’attore è davvero innamorato l’attrice lo respinge… Fino a un indimenticabile finale.

La consacrazione assoluta arrivò poi con Il sapore della ciliegia, Palma d’oro al Festival di Cannes nel 1997, storia di un uomo in procinto di suicidarsi – in cerca di chi lo seppellirà – con un altro finale enigmatico ed emozionante al tempo stesso. Ma sarà un apice non più raggiunto, nel successivo ventennio, da un autore che sembrava nei film successivi o, in parte, ripetersi (Il vento ci porterà via, premiato a Venezia nel 1999, pur ricco di simboli e suggestioni, sembrò rendere maniera e cerebralità quello che prima risultava toccante e sincero; soprattutto, il debole Dieci) o non aver più molto da dire, tra documentari, opere collettive (tra cui Tickets con Ken Loach ed Ermanno Olmi) e film minori come i pur interessanti Copia conforme (2010), con Juliette Binoche, e Qualcuno da amare (2012).

Dal canto nostro, come altre volte, non possiamo limitarci a un semplice, puntiglioso ma magari freddo ricordo – non è nella nostra natura – bensì far coincidere la memoria delle sue opere migliori con le emozioni che ci provocarono quando li vedemmo (i primi furono distribuiti qualche anno dopo essere stati realizzati). Personalmente ci conquistò, nei suoi film migliori, la capacità di far recitare i bambini e gli “attori della strada” con naturalezza, riuscendo a catturare la vita con una trasfigurazione poetica della realtà. In particolare, il finale “aperto” (più che mai…) di Sotto gli ulivi ci cambiò la percezione di cos’era il cinema e il ruolo del regista: demiurgo delle vite dei suoi protagonisti, eppure capace di lasciarli liberi. Tanto da non sapere, a grande lontananza da essi, il segreto tra di loro. Da cui sembrava ritrarsi commosso: cosa si erano detti, quel ragazzo e quella ragazza? Cosa rispondeva lei alla proposta di lui? Non era dato saperlo: la vita si prendeva il suo spazio, e il cinema non ci perdeva nulla da un apparente smacco. Anzi.

Antonio Autieri