Il cinema italiano torna a sorprendere positivamente con Ammore e malavita di Marco e Antonio Manetti, i cosiddetti Manetti Bros. Sulla scia del loro precedente, e riuscito, Song’e Napule (rimasto però confinato nella nicchia dei cultori), qui i registi romani tornano a Napoli con un film più “grosso” e potenzialmente di successo. Anche qui la musica ha una parte importante: anzi, ancor di più qui siamo proprio in un musical classico, in cui l’azione a volte si interrompe per proseguire grazie alle canzoni, debitrici anche della sceneggiata napoletana. E infatti, come da titolo, sono canzoni d’amore e di malavita. La scena si apre con un funerale, ma il morto protesta (cantando) che è stato ucciso per errore. A quel funerale si tornerà nel finale, ma vedendo come ci si è arrivati nei cinque giorni precedenti: dall’agguato al boss don Vincenzo, detto “o’ re del pesce” (uno strepitoso Carlo Buccirosso), al geniale stratagemma della terribile moglie Maria (una Claudia Gerini finalmente tornata su ottimi livelli) e ai vari sgherri che devono proteggerlo tra cui spicca Ciro: interpretato dal fedelissimo Giampaolo Morelli (che ha lavorato con loro nel precedente film, ma anche anni fa in Piano 17 e nella serie L’ispettore Coliandro), Ciro dovrebbe eliminare una testimone scomoda. Ma le ragioni del cuore si mettono in mezzo. Succedono mille cose, ci sono parecchi morti ammazzati ma è una violenza all’americana, da film action o da comic movie, in cui ci si diverte senza vergognarsi. Non per tutti i gusti, ma alla proiezione stampa ci sono stati alcuni applausi a scena aperta e consensi (anche se forse non unanimi) al termine. A noi il mix comicità/azione/musica, e anche un pizzico di sentimento ci è parso molto convincente. Le facce sono tutte giuste. Anche sulla scia del recente rinnovamento del cinema italiano, con film come Lo chiamavano Jeeg Robot, crediamo che troverà un suo pubblico. (aut)

Con Gatta Cenerentola l’animazione made in Italy colpisce ed entusiasma Orizzonti. Un titolo che evoca una fiaba di Gianbattista Basile, ma la storia ha una piega diversa. C’è una nave Megaride, con i suoi ologrammi fiabeschi; c’è Mia, una bimba, che diventata orfana, si trasforma Cenerentola in mano a Angelica, sua matrigna e madre di sei sorellastre (trans compreso). C’è un cattivo, Salvatore Lo Giusto, detto o’Re, che ha creato il suo impero malavitoso sulla morte di Basile, il padre di Mia, che con la nave Megaride voleva creare una città della scienza per far rinascere il porto di Napoli. C’è anche un buono, Primo Gemito, fedele guardia del corpo di Basile. C’è tutto in questa fiaba dark, con le sue animazioni perfette e le sue musiche incisive, diretta da Alessandro Rak (L’arte della felicità), Ivan Cappiello, Marino Guarnieri e Dario Sansone. E Gatta Cenerentola, uno dei rari film animati alla Mostra, dimostra come l’animazione, nutrita dalla letteratura e dalla realtà contemporanea, può avere una via cinematografica nuova da percorrere. (eg)

E rimaniamo a Napoli con la sezione autonoma Giornate degli autori, ma purtroppo è un passo falso L’equilibrio del pur bravo Vincenzo Marra, che vinse nel 2001 a Venezia con l’opera prima Tornando a casa e che due anni fa portò nella stessa sezione l’intenso La prima luce con Riccardo Scamarcio. Qui racconta la storia di don Giuseppe, sacerdote napoletano che vive a Roma reduce da una forte esperienza in Africa: destabilizzato dalla simpatia che una donna prova per lui, chiede al vescovo di tornare nella sua terra. Ma nel quartiere napoletano dove viene destinato i suoi buoni propositi e i lodevoli tentativi di migliorare le cose, tra microcriminalità, rapporti disastrati e soprattutto una terribile storiaccia che coinvolge una bambina, vanno di male in peggio. Presto si troverà isolato, minacciato, a rischio. Lo “scheletro” del film, ovvero la sua storia, sarebbe alquanto interessante: se non ché stavolta, al contrario che nei suoi primi film, alcuni interpreti non professionisti del film non lo sostengono, anche attori più esperti sono fuori ruolo (Paolo Sassanelli come vescovo non risulta credibile), il protagonista doveva essere più incisivo. Oltre tutto, a parte qualche raro momento “verace” in napoletano, quando i personaggi parlano in italiano suonano parecchio artefatti. Ma non c’è solo il cast a non funzionare: anche i rari dialoghi spesso non girano e i passaggi tra una scena e l’altra sono troppo bruschi. Davvero un peccato.

Progetto poco credibile e dalla trama pasticciata The Private Life of a Modern Woman. Il film, ideato e scritto da Sienna Miller, è diretto da James Toback ed è stato presentato Fuori Concorso. La Miller è Vera Lockman, attrice di successo che si sveglia in preda al panico dopo una notte di incubi in cui sogna di aver ucciso per legittima difesa un suo ex fidanzato e di averlo nascosto nel baule di casa. Toback sviluppa un thriller confusionario e privo di senso con una protagonista che, ossessionata dai suoi pensieri, si arrovella sul da farsi ponendosi interrogativi morali su vita morte, rimorso e libero arbitrio, mentre in casa le piombano amici, parenti, conoscenti e persino un detective. E mentre cerchiamo fiduciosi e inutilmente di fare chiarezza sulla dinamica per capire se sia tutto un sogno o meno, la visione del film viene appesantita dalle musiche di Shostakovich e Bach e dal paragone forzato tra il dramma della protagonista e le immagini delle opere di Hieronymus Bosch. (mn)

Infine, una piccola grande sorpresa. Con La nuit ou J’ai nagé (letteralmente, la notte quando ho nuotato) la sezione Orizzonti presenta un film girato a quattro mani da un regista francese e un regista giapponese, Damien Manivel e Igarashi Kohei. Non c’è parola nel film, tutto però è manifesto nel viaggio che compie Takara – un bambino di sei anni – alla ricerca di un padre che fa il pescatore e si sveglia ogni mattina prima di lui. Una mattina, dopo una notte trascorsa tra veglia e disegno, Takara prepara lo zaino, infila un disegno e non va a scuola. Cammina per le strade innevate, per le fermate delle stazioni, dentro i bar. Sembra in fuga, ma non lo è. Lo svela quella fotografia scattata, che ritrae un primo piano del padre sorridente e che Takara ha conservato nella macchina fotografica che porta con sé. La nuit ou J’ai nagé è un film semplice che evoca nel silenzio e nella calma dei paesaggi innevati quanto profonda può essere la mancanza che un figlio sente nei confronti del padre. (eg)

(recensioni di Antonio Autieri, Emanuela Genovese, Marianna Ninni)