Trasposizione cinematografica della serie inglese Walking with Dinosaurs, datata 1999, rivoluzionaria per l'epoca per l'incredibile cura del dettaglio e per essere nel complesso una buona opera di divulgazione. Il film, diretto dalla coppia formata da un veterano di ottima animazione (il Barry Cook di Mulan e del sottovalutato Il figlio di Babbo Natale) e da Neil Nightingale, produttore di diversi documentari naturalistici, ha dalla sua un'imponente resa visiva con un 3D assai efficace ma soprattutto un utilizzo superbo e rivoluzionario della computer grafica, con scenari ricostruiti fino ai minimi dettagli, dinosauri realistici e dai movimenti fluidi, una profondità di campo e in genere una cura degli scenari, tutti riprodotti artificialmente, che ricorda da vicino il perfezionismo di Avatar. Da questo punto di vista, A spasso coi dinosauri segna un nuovo punto di arrivo nell'uso della tecnologia digitale capace di restituire o, come in questo caso ricostruire da zero, una Natura scomparsa. Non basta però la tecnica, e nemmeno quella sopraffina, a fare però un buon film. In effetti A spasso coi dinosauri scricchiola sin dalle prime sequenze, nel momento in cui dopo una brevissima cornice moderna (dove tra l'altro compare anche Karl Urban nei panni di una sorta di Indiana Jones in versione paleontologo) si entra nel vivo dell'azione, proiettati indietro nel tempo, a milioni di anni fa. Stonano infatti – e alla lunga diventeranno l'elemento più irritante del film – le voci “applicate” ad alcuni dei dinosauri. Applicate perché evidentemente aggiunte a film già ultimato e comunque non previste in una prima fase del lavoro. Lo si nota per due motivi semplici: perché i dinosauri non muovono mai la bocca per parlare, cosicché l'effetto finale è quello di voci sovrapposte e – decisamente la cosa peggiore – per il fatto che a parlare sono solo pochi personaggi (i tre giovani protagonisti e un insopportabilmente ciarliero uccello preistorico). Tutti gli altri, genitori e “cattivi” compresi, mugghiano, strepitano, urlano terribilmente, si lamentano. Fanno cioè i dinosauri, risultando per lo spettatore e anche per lo spettatore più piccolo più terribili e inquietanti ma anche decisamente più veri. Il problema del film di Cook e Nightingale sta tutto in questa ambiguità: nell'aver concepito un vero e proprio documentario animato affrontando tra l'altro un notevole sforzo produttivo e centrando comunque l'obiettivo di alzare ancora più in su l'asticella del realismo cinematografico digitale e poi, per motivi diversi (timore di perdere il pubblico dei più piccolo che forse sarebbero rimasti spaventati dal realismo eccessivo; difficoltà nello strutturare una storia compiuta senza dialoghi), prendere la strada opposta e, in un certo senso, datata e già sfruttata da film analoghi come la saga di Piedino, il protagonista di Alla ricerca della valle incantata. Un'umanizzazione forzata di creature troppo realistiche per essere trattate secondo lo schema narrativo di certo cinema d'animazione, per giunta accompagnata da una sceneggiatura scritta con la mano sinistra da John Collee che forza spesso la mano sui personaggi, confezionando una storia d'amore travagliato alquanto inverosimile e cercando di alleggerire i momenti drammatici con altrettanti più leggeri e comici. Il mix non riesce: la risata non scatta mai e certi dialoghi sembrano davvero artificiosi e inutili. Il film, insomma, sul piano drammaturgico gira a vuoto e convince poco: sia il pubblico degli adulti che soffrirà, e tanto, la lentezza di un film che conta 97 minuti che sembrano il doppio; sia il pubblico dei più piccolini che rimarranno certamente stupiti dalla presenza di questi mostri affascinanti ma anche delusi dall'assenza di tante celebrità, T-Rex, Brontosauri e Velociraptor in testa, assenti non per motivi di casting ma per meri scrupoli scientifici. ,Simone Fortunato,